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‘Journalism Is Not A Crime’, petizione di Articolo21 per dire no al carcere per i giornalisti

Il 9 giugno la Corte Costituzionale si esprimerà sulla legittimità della pena detentiva per chi commette il reato di diffamazione. «Una battaglia storica della Fnsi», ricorda in un editoriale il segretario generale Lorusso, primo firmatario con il presidente Giulietti dell’appello promosso dall’associazione.

Il 9 giugno la Corte Costituzionale si esprimerà sulla legittimità del carcere per i giornalisti, attualmente previsto nel codice penale e dalla legge sulla stampa per chi commette il reato di diffamazione a mezzo stampa. Per dire no al carcere per i giornalisti, l’associazione Articolo21 ha promosso l’appello #JournalismIsNotACrime e una raccolta di firme i cui primi firmatari sono Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana (qui il link diretto alla petizione). Il disegno della campagna #JournalismIsNotACrime è dell’artista e graphic journalist Gianluca Costantini.

Dopo alcune importanti aperture di esponenti del governo nel senso di un accoglimento anche in Italia dei principi più volte ribaditi nelle sentenze della Corte europea dei diritti umani – che ha riconosciuto tanto il carcere quanto sanzioni economiche spropositate come veri e propri ‘bavagli’ ai giornalisti –, in un editoriale pubblicato anche sul articolo21.org, il segretario generale della Fnsi ricorda come la battaglia per l’abolizione della previsione del carcere per i giornalisti è una «battaglia storica» del sindacato, inserita fin «nell’atto costitutivo della Fnsi» risalente al 1908.

Per firmare l’appello e aderire alla mobilitazione basta inviare una mail a redazione@articolo21.info.

Il logo della campagna ‘Journalism Is Not A Crime’ è stato realizzato da Gianluca Costantini per Articolo21.

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No al carcere per i giornalisti: battaglia della Fnsi dall’atto costitutivo

  • di Raffaele Lorusso, segretario generale FNSI

Non è ancora tempo di cantare vittoria. L’impegno del governo a cancellare il carcere per i giornalisti, ribadito dai sottosegretari all’editoria e alla giustizia, Andrea Martella e Vittorio Ferraresi, rappresenta un importante elemento di novità. Di qui ad affermare che il risultato è stato raggiunto, però, ce ne passa. Di certo, è a portata di mano. Anche perché, a incalzare il parlamento potrebbe essere la Corte Costituzionale. I giudici della Consulta, com’è noto, il prossimo 9 giugno si pronunceranno sull’eccezione di incostituzionalità dell’articolo 595 del codice penale e dell’articolo 13 della legge sulla stampa, la numero 47 del 48. Entrambe le norme prevedono la pena detentiva per il giornalista che commette il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Quale sarà la decisione della Corte Costituzionale – rigetto della questione o accoglimento oppure sentenza interlocutoria con rinvio alle Camere che se ne stanno occupando – diventerà fondamentale il lavoro del Parlamento. Nelle numerose interlocuzioni avviate dalla Fnsi, da sempre in prima linea per la cancellazione del carcere per i giornalisti, governo e forze politiche hanno ribadito la volontà di approvare la proposta di legge sulla cancellazione del carcere insieme con quella, distinta ma collegata, sul contrasto alle querele bavaglio. Quest’ultima, presentata dal senatore Primo Di Nicola, ha già ottenuto il via libera della commissione giustizia del Senato. Per quella sulla diffamazione, che introduce anche nuovi criteri sull’obbligo di rettifica, l’ok dovrebbe arrivare a breve.

Restano da sciogliere alcuni nodi sostanziali. A cominciare dal rischio, tutt’altro che remoto, che la cancellazione del carcere si trasformi in una sorta di resa dei conti con i giornalisti. La voglia di sostituire la pena detentiva con pesanti sanzioni pecuniarie è diffusa trasversalmente fra le forze politiche. Non è una novità, visto che anche nelle passate legislature i disegni di legge di riforma si sono infranti proprio su questo scoglio. Se dovesse prevalere la linea dura, ossia multe salate al posto del carcere, si aprirà un altro caso Italia dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. I giudici di Strasburgo, infatti, considerano le pene pecuniarie di una certa entità alla stessa stregua del carcere. Ossia una forma di dissuasione per il giornalista. Il rischio di condanna a pagare una somma elevata in caso di diffamazione rappresenta di fatto una compressione della libertà di espressione e del diritto di cronaca.
L’auspicio, allora, è che il legislatore italiano sia riformista fino in fondo e accolga le raccomandazioni della Corte europea. Il carcere può essere sicuramente sostituito da sanzioni pecuniarie. A condizione, però, che venga previsto un minimo e un massimo (comunque contenuti) e che, in caso di condanna, venga data al giudice la possibilità di tener conto delle condizioni economiche del giornalista, delle dimensioni dell’impresa e della diffusione del giornale. In caso contrario, sarà impossibile per l’Italia sottrarsi alle censure dei giudici europei.

Il sindacato dei giornalisti ha portato questi elementi all’attenzione del governo e dei parlamentari che stanno discutendo la proposta di legge in commissione. Se fossero accolti, sarebbe una chiara inversione di tendenza. Un fatto di portata storica, considerato che la cancellazione del carcere per i giornalisti era nell’atto costitutivo della Fnsi. Che – va ricordato a beneficio di chi non conosce la storia o non vuole studiarla – risale al 1908.

(Fonte: Articolo21)

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Coronavirus: un confronto con Francesco Bonella, della Clinica dell’Università di Essen

La nostra vita è stata sconvolta dalla comparsa del coronavirus Sars–CoV–2 proveniente dalla Cina e diffusosi in tutto il pianeta, con conseguenze sulla salute e sull’economia globale che sta mettendo a dura prova ogni nazione. Di fronte a questa pandemia è necessario saper informare con la massima trasparenza per evitare il rischio di creare allarmismi ingiustificati o, al contrario, negare le evidenze specie se a carattere medico scientifico. Abbiamo chiesto di fare chiarezza sulle conseguenze del Covid-19 a Francesco Bonella, un medico che lavora da 14 anni in Germania alla “Ruhrlandklinik, la Clinica pneumologica della facoltà di Medicina di Essen, in cui ricopre anche il ruolo di Professore associato di malattie respiratorie. La “Ruhrlandklinik” è il centro di riferimento tedesco per le patologie interstiziali e rare del polmone, ed è diretta dal professor Christian Taube.

Il dottor Bonella, originario di Trento, si è laureato in Medicina e chirurgia a Verona (detiene una specializzazione in Medicina interna a indirizzo pneumologico e reumatologico, oltre ad aver svolto esperienze cliniche nelle cliniche universitarie di Hannover e Berlino), e ora presta servizio a Essen, dove la sua esperienza è dimostrata anche dalle pubblicazioni scientifiche – oltre 250 – molte delle quali su riviste scientifiche ad elevato “impact factor” (impatto scientifico). Un medico specialista che lavora nella patria di ben tre Nobel per la medicina del calibro di Robert Koch, Paul Ehrlich e Harald zur Hausen (noto per le ricerche sul Papilloma virus Umano, Hpv). Per esaminare le cause della pandemia da Sars-CoV-2 – Severe acute respiratory syndrome–Coronavirus–2, un ceppo virale della specie Sars-related coronavirus/Sars-CoV, che fa parte del genere Betacoronavirus, scoperto intorno alla fine del 2019 – abbiamo chiesto a Bonella come valuta l’operato dei media e del motivo per cui l’argomento viene trattato spesso con un’enfasi eccessiva se non controproducente per informare correttamente il lettore.

«Noto come la stampa italiana ma anche la discussione scientifica a livello nazionale si sia concentrata in modo direi quasi ossessivo sul numero e le cause dei decessi, quando in realtà almeno il novanta per cento dei malati sopravvive. Una visione parziale riconducibile, in parte, alla tragedia delle prime settimane di esplosione della pandemia. In Germania vige sicuramente una maggiore neutralità nel dare le informazioni, rispettata dalle grandi testate giornalistiche dove si percepisce un minore schieramento di posizioni e più considerazione nei confronti delle informazioni ufficiali», ha detto Bonella.

Come viene informata l’opinione pubblica in Germania sull’andamento dei contagi?

«A differenza dell’Italia, dove viene emesso un bollettino giornaliero, qui in Germania, accanto alla comunicazione dei dati reali trasmessi al Robert Koch Institut (Rki), si valutano i coefficienti di trasmissione sull’arco dei sette giorni, in particolare il coefficiente R del 26 maggio si attestava a 0,70, con intervallo di previsione al 95 per cento di 0,59- 0,82 (fonte Rki). Ogni giorno, l’istituto Rki puntualizza il coefficiente che riflette la contagiosità di una, due settimane prima. Pertanto qui si tende a dare più importanza al trend sui 7 giorni che ci comunica una tendenza della contagiosità ottenuta con il metodo Nowcasting . In questo caso, il 26 maggio scorso il coefficiente R dei 7 giorni (7-Tage R Wert) si è attestato a 0,78, con intervallo 0,59-0,82: vuol dire che la situazione è stabile ma ancora vicina a 1. Questo coefficiente è preferibile perché livella le variazioni giornaliere indotte da ritardi o accelerazioni nella trasmissione dei dati dalla periferia al Rki».

All’inizio della pandemia la diffusione del virus non è stata contenuta, specie in alcune zone della Lombardia dove non è stata decretata la chiusura di ospedali e create le “zone rosse”, o come in Trentino, si è deciso in ritardo di chiudere gli impianti sciistici.

«Gli errori di sottovalutazione tipici della prima fase sono stati commessi un po’ ovunque. In Germania, per capire velocemente la dinamica della diffusione del Covid-19 sono stati somministrati dei questionari nel territorio dove è avvenuto il primo focolaio ad Heinsberg, vicino a Düsseldorf, di quasi duecento domande a persona per trovare delle risposte sulle modalità esatte di trasmissione e le situazioni a rischio (studio condotto dall’Università di Bonn). Un dato significativo ottenuto da questa ricerca a tappeto è rappresentato dal fatto che i primi infettati erano giovani sciatori presenti nella località austriaca di Ischgl, il principale focolaio da cui poi il virus ha raggiunto molti paesi del Nord Europa. Anche in Trentino si è verificata una situazione analoga, quando sono state lasciate aperte le piste da sci nelle valli, nonostante fosse già chiaro che il virus si stava espandendo».

Fino all’otto marzo scorso in Trentino le piste da sci sono rimaste aperte (come gli alberghi delle località turistiche) permettendo così un’affluenza record di sciatori provenienti da altre regioni, (chiuse solo il 10 marzo per ordine del ministro per gli affari regionali Francesco Boccia), a differenza della Provincia di Bolzano dove invece era stato emanato un provvedimento di chiusura anche su sollecitazione di molti albergatori. La presidente dell’Associazione nazionale degli esercenti funiviari, Valeria Ghezzi, aveva così commentato rispetto alla decisione del presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti di non bloccare gli impianti sciistici: «La neve è più forte del virus e ho sentito che il presidente della Giunta provinciale ci ha raccomandato di essere più attenti del solito. Lo rassicuro, già stiamo adottando misure severe. Siamo responsabili e consapevoli della straordinarietà e complessità della situazione. Stiamo cercando di evitare che nelle cabinovie entri un numero eccessivo di persone». Le immagini pubblicate nei giorni successivi hanno di fatto smentito le promesse e l’affollamento eccessivo sulle piste ha permesso il diffondersi del virus nelle valli trentine.

«Per quanto riguarda le cause di morte – prosegue il professor Bonella – si possono fare alcune interessanti considerazioni: il virus nel polmone, quando porta alla morte, lo fa causando sindromi iperacute, che sono principalmente la Sindrome del distress respiratorio acuto (Ards), il danno acuto del polmone (denominato in inglese “Acute lung injury-Ali”, una sorta di pre-Ards) e la temuta Afop, la polmonite organizzativa fibrosante acute fibrinous and organizing pneumonia gravata, anche nel caso del coronavirus, da una mortalità del 50-80 per cento Copin et, al Intensive Care Med. 2020. Nel caso della polmonite interstiziale da Covid-19, fra le cause di mortalità si possono trovare sicuramente anche i fattori tromboembolici, che portano all’esito fatale, come evidenziato nelle numerose autopsie eseguite nei centri di riferimento Covid. Detto ciò sono rimasto stupito dai ripetuti e talora bizzarri messaggi, circolati su “Whatsapp”, sugli esiti allarmanti delle autopsie in merito proprio a questi fatti tromboembolici. Ora, vorrei ricordare che la formazione di macro o micro trombi nei vasi del polmone, e in conseguenza di embolie, così come a livello sistemico (coagulazione intravascolare disseminata), sono complicazioni ben note in queste forme polmonari iperacute, che finiscono sempre in terapia intensiva. Anche qui, se ne sono sentite di tutti i colori, come se queste tromboembolie fossero conseguenza non della malattia acuta e altamente mortale in sé, ma del fatto che i medici non avessero somministrato anticoagulanti o antiaggreganti per prevenire tali fenomeni. Tutte opinioni avventate. Io sono sicuro che i colleghi italiani abbiano somministrato la terapia di profilassi antitrombotica per i pazienti ospedalizzati acuti e quindi allettati, come nel resto del mondo è stato fatto».

A Piacenza, il primario di oncologia Luigi Cavanna ha potuto dimostrare come le cure a domicilio, eseguite con efficacia all’insorgere dei primi sintomi, hanno potuto salvare 250 pazienti affetti da Covid-19. Il medico, insieme alla sua equipe medica, si è recato a casa dei malati dove ha applicato trattamenti farmacologici e terapie fino alla loro completa guarigione, evitando di fatto di aggravare sulle strutture sanitarie. Il metodo scelto dal primario se fosse stato adottato anche in altre città della Lombardia (come Bergamo, ad esempio), avrebbe evitato molti ricoveri ospedalieri in fase critica e terminale dove le terapie intensive non hanno potuto far fronte all’eccessivo numero di pazienti successivamente deceduti. Le disposizioni del ministero della Sanità inviate ai medici di base non prevedevano di fatto le cure a domicilio. In Germania al contrario la medicina generale è collegata a quella ospedaliera, e non risulta separata come in Italia.

«La medicina territoriale e la sua forza rappresentano sicuramente un punto focale nella gestione di questa pandemia. Mi sono chiesto più volte cosa si sarebbe potuto fare monitorando a casa molti più pazienti, e quindi impedendone l’invio in ospedale, e se i medici di base fossero stati dotati di saturimetro e nella condizione di fare anche i tamponi. Io sono stato chiamato a rivedere da osservatore esterno il processo decisionale attuato dai colleghi italiani in situazione di triage (i dati sono in pubblicazione) e confermo la difficile situazione in cui i sanitari si sono trovati a gestire questi pazienti: una sfida medica eccezionale nel cercare di curare migliaia di malati Covid-19 in poco tempo e senza una guida precisa. Anche la mancanza di strategie per la prevenzione del contagio come i percorsi separati per i pazienti Covid ha purtroppo inciso negativamente sull’andamento iniziale della gestione della pandemia».

In Italia quali sono stati i fattori aggravanti della diffusione del Sars-CoV-2?

«In Italia, come in altri Paesi, sono stati identificati più di venti fattori responsabili di aver aggravato la diffusione del virus e che possono essere correlati con la mortalità: tra questi sicuramente la densità di popolazione in alcune aree come la Lombardia, l’inquinamento da particolato atmosferico Pm 2.5 e Pm 10 (formato da una miscela complessa di particelle solide e liquide di sostanze organiche ed inorganiche sospese in aria, il maggior inquinante nelle aree urbane, ndr). Vorrei ricordare, proprio in merito alla questione dell’inquinamento atmosferico, che ci sono state di recente delle smentite solenni, da ultimo il caso di Francesca Dominici e collaboratori di Haward dove gli stessi autori hanno ritrattato i dati pubblicati un mese prima. Un altro possibile fattore è stato imputato a differenze nella cosiddetta distanza di sicurezza (intendo fra individui) nelle diverse popolazioni. In Germania o nei paesi del Nord Europa la distanza nei rapporti formali è un fatto abituale e quindi non è stato difficile per i cittadini rispettarlo durante il “lockdown” (ma le trasgressioni le abbiamo viste anche qui). I tagli alla sanità pubblica con la chiusura di molti ospedali periferici e l’indebolimento della medicina del territorio, avvenuto in Italia nell’ultimo decennio, credo abbiano contribuito in maniera significativa all’afflusso massiccio di pazienti già infetti nei pronti soccorsi (vedi la Lombardia, dove si è privilegiata la sanità privata. La decisione di trasferire malati meno gravi dai reparti ospedalieri alle Rsa ha permesso anche di diffondere il contagio all’interno delle strutture, ndr). In Germania il filtro è avvenuto prima, grazie alla robustissima rete di medicina del territorio.

Qui in Germania ad inizio del mese di febbraio le case di riposo sono state letteralmente chiuse al pubblico e di conseguenza i contagi tra gli anziani non si sono diffusi (tranne un paio di contenuti focolai avvenuti in Baviera e Nord-Reno Westfalia). Un vantaggio per questa nazione è stata poi l’età dei contagiati: gli sciatori che provenivano dall’Austria avevano un’età media di quarant’anni, cosi come le persone che avevano partecipato alle sfilate di Carnevale nelle città tedesche del territorio renano. La mortalità da Covid-19 nei quarantenni non è diversa fra Italia e Germania, attestandosi sotto l’1 per cento.

Continuando sulle differenze che ho potuto notare fra la gestione della pandemia nei due paesi, in Germania sono stati eseguiti da subito molti tamponi; questo pragmatismo tedesco ha permesso di ottenere dei risultati efficaci. Pur di mantenere alti i livelli di esecuzione dei tamponi nella popolazione e di garantire i risultati entro le 48 ore, sono stati reclutati anche i laboratori dei medici veterinari per analizzare i tamponi, visto che anch’essi sono dotati delle tecnologie per eseguire la Pcr (la reazione a catena della polimerasi, una tecnica di biologia molecolare che consente la moltiplicazione – amplificazione – di frammenti Dna dei quali si conoscono le sequenze): in fondo siamo pur sempre in presenza di una zoonosi (una malattia che viene trasmessa da animali all’uomo, ndr). Inoltre, da subito in Germania è partito il cosiddetto “censimento dei ventilatori”: ai primari di Terapia Intensiva è stato chiesto di fornire il numero preciso di apparecchiature per la ventilazione invasiva e semi-invasiva presenti nei loro reparti, e di rimettere in funzione i ventilatori datati, da tempo non più utilizzati. In pochissimi giorni, si è assistito ad un incremento dei posti letto in terapia intensiva poi successivamente messi a disposizione di altri paesi europei come la Francia, Spagna e l’Italia, visto che i due terzi erano rimasti vuoti.

Anche qui al Policlinico universitario di Essen sono arrivati una decina di malati gravi da Bergamo. Un’altra misura approntata in tempi rapidissimi è stata la creazione dei percorsi separati per i pazienti affetti da Covid-19 con corridoi e triage dedicati per evitare il contatto con altri malati e operatori sanitari (l’unico ospedale italiano a seguire questo metodo è stato l’ospedale Cotugno di Napoli dove non ci sono stati casi di medici e infermieri contagiati, ndr), questo a mio parere è stata una delle chiavi del successo nel contenimento dell’epidemia nella popolazione e delle infezioni fra il personale sanitario in Germania».

Un virus di origine animale da qui il termine zoonosi. Questo esclude ogni altra teoria o sospetto di contaminazione partita da un laboratorio in Cina?

«Qui si aprono le discussioni più accese. Anch’io mi sono fatto un’idea leggendo la letteratura specializzata. In questo virus sono state rilevate delle sequenze nel genoma che sono molto simili a quelle di Hiv-1 (Human immunodeficiency virus), specie di retrovirus che causano un’infezione cronica che provoca la sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids, ndr), mentre la presenza di queste sequenze genera dubbi in alcuni virologi sulla possibilità che siano frutto di un rimaneggiamento del virus. Bisogna però puntualizzare che tali sequenze non sono esclusivamente presenti in Covid-19 ma sono state rilevate anche in altri tipi virus.

Al di là delle paranoie, i dati scientifici per ora non possono avvallare le teorie complottistiche sul fatto che il virus sia stato creato in laboratorio allo scopo di distruggere l’umanità o parte di essa. Se vi è stato un rimaneggiamento di un coronavirus a scopi scientifici (per esempio il trasferimento di materiale genetico tra cellule per transfezione), fra cui lo sviluppo di un vaccino (magari proprio per l’Hiv), questo lo potranno stabilire solo le indagini approfondite di biologia molecolare. Restano poche certezze, una fra queste riguarda i reservoirs naturali di questo virus: lo zibetto dell’Himalaya e il pipistrello che ha fatto il salto di specie. Ci sono voluti mesi per conoscere meglio come si trasmette il coronavirus, principalmente per via aerea, parlando e tossendo, e dovremmo tenere ben presente che per l’Hiv e l’Ebola, dove ci sono voluti anni e tutto si è rivelato molto più complicato».

Altro aspetto rilevante è la richiesta di sperimentare in tempi brevi un vaccino.

«I tempi reali per condurre gli studi necessari al fine di giungere all’approvazione di un vaccino è di circa otto anni. Lo stesso vale per le fasi degli studi clinici di approvazione per un nuovo farmaco (in genere sono necessarie 3-4 fasi). Pertanto i toni trionfalistici e le conclusioni affrettate, sentite nelle ultime settimane, sono fuori luogo. Un iter più veloce per l’approvazione di nuove terapie è possibile grazie alla presenza di “fast tracks” (vie rapide) predisposte dalle Agenzie del farmaco, che permettono di velocizzare ma non di saltare le tappe, come già avviene nel campo delle malattie rare. Un iter frettoloso, invece, risulterebbe deleterio in quanto rischierebbe di far saltare i passaggi fondamentali e indispensabili come quello sulla valutazione dell’efficacia e della tossicità a lungo termine. Nel tempo che resta da ora fino alla somministrazione del vaccino, a scopo terapeutico o profilattico, su larghe fasce di popolazione, è bene continuare a mantenere le misure di protezione come la mascherina e il distanziamento per bloccare efficacemente la diffusione del contagio».

La cura della plasmaferesi in Italia continua a suscitare polemiche e il dibattito si fa sempre più acceso tra sostenitori e detrattori. Cosa ne pensa a proposito?

«Sinceramente questa polemica sulla plasmaferesi mi lascia sbigottito. La plasmaferesi è costituita dal prelievo del sangue intero, l’asportazione del plasma (porzione liquida del sangue) e la restituzione delle restanti componenti del sangue. La plasmaferesi produttiva viene usata per raccogliere plasma per la donazione, mentre quella terapeutica è una procedura abbastanza antica e validata nel trattamento di disordini immunitari. Buone evidenze ci sono anche per il trattamento della sepsi e della Ards, ben prima di questa pandemia. Qui la polemica nasce se il plasma dei pazienti Covid convalescenti, che contiene anticorpi neutralizzanti, può essere somministrato su larga scala per salvare i pazienti critici. Personalmente invito a leggere le line guida per l’identificazione dei donatori ideali e dei pazienti “candidati” della Food and drug administration (FDA) americana. Si noterà quanti criteri di inclusione ed esclusione ci siano per tutelare soprattutto la sicurezza dei pazienti. Uno degli aspetti tecnici più rilevanti ai fini pratici è che non esistono ancora test standarizzati su larga scala per rilevare la presenza di anticorpi neutralizzanti nel plasma. Quindi cosa andiamo a somministrare? Capite bene che la polemica a questo punto svanisce all’istante…»

In Italia si assiste ad un continuo sovrapporsi di pareri scientifici contrastanti tra di loro. Una sorta di gara tra virologi nel smentirsi a vicenda e ognuno ritiene di avere ragione più di un altro collega.

«Mi viene da rispondere citando il filosofo francese Michel Onfray il quale, in una intervista a Repubblica ha affermato: “Non si può passare impunemente, e così duramente, da una società pervasa dal rumore onnipresente, dall’iperattività incessante, dall’eccitazione permanente, dell’andare e venire continui, dall’esibizionismo perpetuo al silenzio, alla calma, alla solitudine, all’isolamento, all’invisibilità senza che tutto ciò non implichi danni incalcolabili…”. Mi colpisce, e amo ripetere, il termine “esibizionismo perpetuo” che descrive bene un fenomeno presente nei media e nei social network, ovvero il proliferare di opinioni autoreferenziali e il sottrarsi all’autocritica. Se questo accade nella ricerca, che ha bisogno di tempo, piccoli passi e concentrazione, i danni posso essere irreparabili.

Le parole chiave da tenere presenti in questo momento sono: pragmatismo, pazienza, qualità della raccolta dei dati attraverso una coordinazione fra i centri e, ancora forse utopistico in Europa, fra i diversi paesi. L’umiltà è necessaria prima di trarre delle conclusioni affrettate che avranno poi ricadute possibili sulla salute pubblica, l’ordine sociale e anche l’economia di un paese. I dati devono essere comparati e valutati da revisori esterni e imparziali, sempre e comunque. Dopo lo tsunami di pubblicazioni e proclami (“pre print”) a cui abbiamo assistito in questi mesi, servono ora le cosiddette “metanalisi”, per arrivare a capire dove si trova la verità in questa miriade di dati. La sistematicità nella ricerca sul comportamento del coronavirus e le sue non ancora del tutto decifrabili conseguenze, pur pressati dalla richiesta di risposte veloci, è l’unica strada che ci porterà a vincere questa sfida».

(di Roberto Rinaldi; fonte: Articolo21; immagine di copertina: Pechristener, Wikipedia)

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La satira umoristica turca è di casa allo Studio d’arte Andromeda di Trento

La satira umoristica ha una patria d’eccellenza: la Turchia ma è di casa anche in Italia a Trento. Lo Studio d’arte Andromeda è un’associazione culturale opera in questa città da oltre quarant’anni e svolge un’intensa attività grafica in campo internazionale. In ambiti come la satira, illustrazione, pittura, grafica e fumetto. Organizza ogni anno una rassegna internazionale di satira e umorismo e a Trento sono arrivati artisti di fama internazionale: Zavrel, Reggiani, Thole, Negrin, Anna Castagnoli, Oscar Sabini, Ana Ventura, Svetlan Junacovic, Javier Zabala, la Scuola di disegno anatomico del Rizzoli di Bologna, tra i tanti che figurano nell’elenco. Tra le tante collaborazioni l’Andromeda mantiene da molto tempo anche un legame particolare con i disegnatori e illustratori della Turchia. Un gemellaggio che vale la pena approfondire vista la situazione in cui riversa questa nazione. Assunta Toti Buratti è una delle fondatrici dell’Associazione di cui è anche vicepresidente, dopo aver svolto la carriera di docente di materia in disegno dal vero presso l’Istituto statale d’arte Alessandro Vittoria di Trento. Sulla satira umoristica in Turchia e sul lavoro svolto negli anni per invitare i disegnatori di tutto il mondo a Trento, ci ha rilasciato un’intervista mentre l’attività artistica dell’Andromeda è sospesa a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19.

Assunta Toti Buratti, ‘Chi ha paura del lapis cattivo’

«La prima considerazione necessaria per parlare dell’importanza della cultura artistica nel settore della satira umoristica è quella di smettere di pensare come i turchi siano solo un popolo dedito al fumo: un banale luogo comune! In Turchia c’è una storia importante sulla satira e l’umorismo paragonabile a quello della Francia, mentre noi in Italia siamo rimasti indietro causato dalle conseguenze di vent’anni di censura durante il Fascismo che impediva ogni libera espressione. Quando iniziai a frequentare negli anni ‘70, il Salone Internazionale dell’Umorismo di Bordighera, (è stato uno dei principali festival dedicati al disegno umoristico organizzati in Europa, fondato subito dopo la fine della seconda guerra mondiale da Cesare Perfetto, ndr) partecipavano disegnatori come Raymond Penet (l’ideatore dei celebri“fidanzatini”) e Nehar Tüblek, uno dei disegnatori turchi più conosciuti , vincitore di numerosi premi anche in Italia, come quello di Bordighera e alla Biennale internazionale dell’umorismo d’arte di Tolentino. Con il tempo ho capito bene la realtà della Turchia in cui si poteva svolgere un’intensa attività satirica a cui veniva dato ampio spazio sui giornali – spiega la disegnatrice – , cosa che da noi in Italia non ci sognavamo nemmeno.

Nehar Tüblek

Negli anni a seguire mi hanno invitata a far parte della giuria che esaminava i partecipanti alla rassegna internazionale di Istanbul. Sono una delle quattro artiste negli anni ‘80 che disegnavano satira umoristica in Italia. Ad Istanbul partecipavano illustratori da tutto il mondo e venivamo ospitati in un palazzo storico dove un tempo era l’harem delle vedove del sultano, poi trasformato in un centro di calcografia per i stampatori. Qui ci siamo riuniti per una settimana con il compito di selezionare le opere umoristiche e satiriche. In Turchia in passato i disegnatori venivano trattati con riverenza e considerati dei personaggi molto amati e rispettati, alla pari degli scrittori». Visionare le tante illustrazioni e vignette realizzate dagli artisti ed esposte all’Andromeda di Trento fa capire come questa forma artistica sia fondamentale per l’esercizio e la libertà di pensiero in democrazia.

Nehar Tüblek

«Sono tornata una seconda volta in Turchia – prosegue Assunta Toti Buratti – per la rassegna internazionale di Istanbul il cui presidente della giuria era Metin Peker. Un giorno siamo stati invitati a visitare una redazione di un giornale ed io avevo in mano un piccolo libro d’illustrazione dal titolo “Sorridere piano”; lo vede un giornalista e avvicinandosi mi disse: “Sorridere piano, disegnare forte”». Scrive Fazila Mat in un interessante e approfondito articolo pubblicato sul sito www.balcanicaucaso.org dal titolo “Fare satira politica e religiosa in Turchia. La forza della tradizione umoristica (…)”: «le riviste d’umorismo sono un prodotto e anche un riflesso delle molteplici realtà contraddittorie che coesistono in Turchia e che, secondo alcuni umoristi, rappresentano la fonte dalla quale attingere il sorriso. La stampa satirico-umoristica a Costantinopoli risale alla seconda metà del XIX secolo. Le riviste del periodo, ispirate nei disegni ai coevi francesi e inglesi, oltre a segnare il passaggio da una cultura umoristica orale a quella su carta stampata, diedero anche voce alle preoccupazioni politiche, morali e religiose della società multietnica ottomana».

Tornando ai giorni nostri la disegnatrice dell’Andromeda ci racconta anche dell’incontro con uno degli artisti turchi più celebri: Metin Peker: «Ricordo quando durante una riunione di disegnatori Peker mi abbracciò con forza. Aveva fatto tre anni di carcere a causa di un colpo di Stato avvenuto in precedenza e solo dopo la caduta del regime era stato liberato. Pubblicava sulla rivista Karikatür che tradotto in italiano significa caricatura e viene utilizzata per disegnare i visi delle persone, mentre nel resto del mondo questa espressione artistica è carica di significati. Ora prevale il cartoon inglese. Su un numero di Karikatür è stata pubblicata in copertina una mia vignetta. Un’altra rivista online importante è Fenamizah (pubblicata fino al 2017, ndr). Tra di noi disegnatori ci sentivamo spesso e ho ricevuto spesso l’invito da parte dei colleghi turchi.

Il clima satirico in Turchia è alimentato da diverse manifestazioni come quella della Biennale di Ankara; in una di queste edizioni hanno partecipato anche i giovani del nostro laboratorio dell’Andromeda invitati in rappresentanza dell’Italia. A Smirne, nel centro storico, c’è il Museo dell’umorismo e della satira dei popoli del Mediterraneo dove io sono stata invitata in rappresentanza dell’Italia. Qui ho conosciuto il direttore del Museo, Eray Özbek, invitato poi a Trento dove è stato premiato come migliore disegnatore nella nostra rassegna, uno dei giurati alla rassegna internazionale di Bodrum sostenuta da un mecenate come Aidin Dogan (nel 2018 il Sole 24 Ore pubblicò un articolo in cui veniva riportata la notizia della vendita di alcuni dei suoi principali media d’opposizione in Turchia. Una situazione attuale in cui molti giornalisti sono stati arrestati e destano forte apprensione per le loro condizioni, ndr)».

La Turchia è stata anche la patria di Mustafa Kemal Atatürk, considerato come un eroe e padre nobile, eletto presidente della Repubblica e fautore della laicizzazione dello stato. Tra le sue prime iniziative intraprese la chiusura delle scuole religiose in favore di un sistema di istruzione pubblica centralizzato e l’abolizione dei tribunali religiosi. Un’altra personalità prestigiosa per la cultura turca è Nâzım Hikmet: poeta, drammaturgo e scrittore turco, è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna. Subì diverse condanne e fu incarcerato per 14 anni. I suoi libri sono stati tradotti in tutto il mondo mai nella sua lingua originale. Muore a Mosca nel 1963.

@Copyright Bertani editore 1988 Nuova editrice Verona – Studio d’Arte Andromeda

Assunta Toti Buratti cita anche la rassegna umoristica di Istanbul più quotata al mondo: «Vengono assegnati ventimila euro di premio da destinare al vincitore del concorso internazionale Nasreddin Hodja Cartoon Contest, aperto ai caricaturisti di tutto il mondo, ed il tema scelto ad ogni edizione biennale è in linea con le principali questioni del mondo più uno fisso, quello della situazione delle donne. Un mecenate finanzia le scuole per bambine orfane e un laboratorio fatto da non disegnatori. In Turchia c’è lo sforzo per emancipare le donne. La satira serve anche a scopi educativi».

L’Andromeda nel 1988 ha realizzato una rassegna di grafica umoristica dal titolo “Chi ha paura del lapis cattivo” dove sono state esposte opere di Marta Anderle, Giovanna Avancini, Giorgio Bertani, Cetrioli Salsa e Fantasia, Giuseppe Marchi, Carlo Martinelli, Rudi Patauner, Luigi Penasa, Giorgio Masera, Umberto Rigotti, Assunta Toti Buratti,Paolo Vitti, e con l’adesione di Aldo Bortolotti, Vauro Senesi, Vauro Senesi, Leonardo Cemak.

Rudi Patauner, ‘Chi ha paura del lapis cattivo’

Lassociazione è composta da Giulia Pedrotti che ricopre la carica di presidente, Assunta Toti Buratti è la vicepresidente, i consiglieri sono Lorenza Sebastiani, Romano Oss, Umberto Rigotti, Luigi Penasa, Alessandro Alfonsi, Nadezhda Simeonova

(Fonte: Articolo21; autore: Roberto Rinaldi; in apertura foto di Umberto Rigotti ‘Chi ha paura del lapis cattivo’ – Studio d’Arte Andromeda Trento 1988)

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Santa Marta, Francesco prega per i giornalisti: ‘In tempo di pandemia rischiano tanto’

«Che il Signore aiuti gli uomini e le donne che lavorano nei mezzi di comunicazione in questo lavoro di trasmissione, sempre, della verità», ha esortato il pontefice introducendo la messa trasmessa in diretta e offerta per tutti coloro che soffrono a causa del coronavirus.

Papa Francesco torna a rivolgere un pensiero a quanti lavorano nei media e che, in questo tempo di pandemia, lavorano e rischiano tanto.

«Preghiamo oggi per gli uomini e le donne che lavorano nei mezzi di comunicazione. In questo tempo di pandemia rischiano tanto e il lavoro è tanto. Che il Signore li aiuti in questo lavoro di trasmissione, sempre, della verità». Questa la preghiera di introduzione del pontefice alla messa trasmessa in diretta da Santa Marta e offerta per tutti coloro che soffrono a causa del coronavirus.

(Fonte: FNSI)

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Articolo 21 GRUPPI

Giornata mondiale della libertà di stampa: dibattito dell’associazione Leali delle Notizie

Oggi, 3 maggio, si celebra la Giornata mondiale della libertà di stampa indetta dalle Nazioni Unite. L’associazione Leali delle notizie di Ronchi dei Legionari ha organizzato un incontro online su uno dei principi cardini della nostra Costituzione, sancito dall’articolo 21. Il dibattito sulla libertà di stampa, moderato dal collega Roberto Rinaldi, è stato pubblicato questa mattina. Sono intervenuti il presidente della Federazione nazionale della stampa (FNSI) Giuseppe Giulietti, il segretario del Sindacato dei giornalisti/Journalisten-Gewerkschaft Trentino Alto Adige-Südtirol (Sjg) Rocco Cerone e la giornalista e scrittrice Tiziana Ciavardini.
Il confronto è visibile – di seguito – direttamente sul portale del Sindacato del Trentino Alto Adige.

L’immagine in apertura dell’articolo è stata cortesemente donata dal vignettista trentino Fabio Vettori ad Articolo21, per ricirdare il valore della libertà di stampa.

«Siamo sempre stati in prima linea nella difesa della libertà di stampa e abbiamo ritenuto doveroso celebrare la giornata del 3 maggio anche quest’anno – spiega Luca Perrino, presidente di Leali delle Notizie – , proprio perché crediamo molto in questo valore, abbiamo realizzato a partire da ottobre le panchine della libertà di stampa e dal 2018 le consegniamo ogni anno un premio in memoria di Daphne Caruana Galizia, una giornalista la cui vita è stata sacrificata in nome della libertà di stampa».

L’evento rientra negli appuntamenti di “Aspettando il festival…” in modalità online nuova e in fase di sperimentazione per l’associazione. L’incontro telematico del 3 maggio permette dunque non solo di ricordare e festeggiare la libertà di stampa, ma anche di avvicinarsi per tappe al cuore del Festival del Giornalismo, la cui speranza è quella di poterlo riorganizzare in autunno. L’incontro con gli interventi dei quattro relatori è stato registrato sulla piattaforma Zoom e inserito nel canale Youtube di Leali delle Notizie.

La Giornata Mondiale della Libertà di Stampa è solo il primo appuntamento online, in quanto l’associazione sta già preparando almeno altri due incontri. L’iniziativa è stata supportata anche dall’amministrazione regionale (Direzione cultura) e dal Comune di Ronchi dei Legionari. Leali delle Notizie continua a lavorare e ad essere vicina alla popolazione anche in questo periodo di emergenza dovuta alla pandemia del coronavirus Covid-19, non permettendo contatti sociali e in attesa di riabbracciarsi più forti non appena sarà possibile.

Intervengono:

Beppe Giulietti
Nato a Roma il 19 ottobre 1953. Le scuole elementari svolte a Napoli, le medie e il liceo classico a Venezia. L’Università a Roma, dove ha pensato bene di laurearsi in Lettere dedicando la tesi agli anabattisti perché già allora provava un’irresistibile attrazione per gli eretici, gli irregolari, quelli che diffidano dei dogmi e delle sante o laiche inquisizioni. Entrato come giornalista alla Rai nel 1979. Dopo un decennio trascorso nella sede del Veneto, ha fondato insieme ad altri il gruppo di Fiesole, da qui la successiva attività sindacale come segretario dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti della Rai. Attualmente è il presidente nella Federazione nazionale della Stampa. Anima l’attività dell’associazione Articolo 21 e del giornale Articolo21.org, su cui scrive.

Rocco Cerone
Giornalista e segretario regionale del Sindacato del Trentino Alto Adige-Journalisten Gewerkschaft, 60 anni, ha lavorato per 34 anni presso la Rai, prima a Roma al Tg1, poi al Giornale radio unificato, quindi all’Evelina-Eurovisione. Dal 1993 è subentrato alla Tgr di Trento, come conduttore del Giornale radio e del Telegiornale regionale; nel 2003 ha vinto il Premio Giornalistico “Carlo Casalegno” per l’editoria locale dei Rotary Italiani. Consigliere nazionale della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi).

Tiziana Ciavardini
Antropologa culturale, giornalista e scrittrice. Ha studiato presso l’università ‘La Sapienza’ di Roma e si è dedicata allo studio delle religioni, del dialogo interreligioso e interculturale. Ricercatrice, ha insegnato al Department of Anthropology – Faculty of Social Science – Chinese University of Hong Kong. Ha vissuto tra Medio Oriente, Estremo Oriente e Sud Est Asiatico. In particolare, ha trascorso gli ultimi 13 anni nella Repubblica Islamica dell’Iran, interessandosi agli sviluppi interni socio-politici del paese e alla condizione della donna in Medio Oriente. Si occupa di comunicazione e di “fake news” attraverso articoli mirati alla lotta contro la manipolazione delle informazioni. Scrive di temi relativi a Iran e Islam, terrorismo, immigrazione e donne nelle società islamiche. Collabora con Repubblica.it, IlFattoQuotidiano.it (dove ha un blog) VanityFair, Articolo21, QCode . Docente di Master sul terrorismo presso la Link Campus University di Roma. Ha scritto “Ti racconto l’Iran. I miei anni in terra di Persia”, presentato lo scorso dicembre 2018 alla fiera dell’editoria “PiùLibriPiùLiberi”, presso La Nuvola Roma/Eur. Il libro è dedicato alle donne iraniane.

Roberto Rinaldi
Laureato in Discipline delle Arti Musica e Spettacolo DAMS nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna. Ha conseguito una specializzazione in Psicologia Clinica nell’indirizzo differenziale scolastico della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Bologna e un perfezionamento in modelli di ricerca e nella formazione degli adulti dell’Istituto di Pedagogia della Facoltà di Lettere e Filosofia di Milano. È giornalista pubblicista, direttore responsabile di Rumorscena.com. Componente del direttivo regionale del Sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige, coordinatore del Presidio di Articolo 21 del Trentino Alto Adige, collabora e scrive per il giornale online Articolo21.org. È inoltre docente formatore della Scuola per le professioni sociali di Bolzano e supervisore del tirocinio sanitario.

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Patrick Rina (Orf): ‘Il giornalismo educatore civico’

Patrick Rina è un giornalista della radiotelevisione pubblica austriaca ORF (Österreichischer Rundfunk) e lavora nella redazione di Bolzano. Nato a Merano nel 1987 è figlio di un uomo originario della Sicilia (il padre è di Castelvetrano, in provincia di Trapani) e di una donna di lingua tedesca altoatesina/sudtirolese (la madre è nata a Glorenza – Val Venosta, in provincia di Bolzano). Giornalista professionista ha superato l’esame a Roma nel 2013 e conosce bene la realtà dell’Alto Adige, sia come nativo ma anche per la sua professione, che lo porta ad osservare con un occhio di riguardo (lavorando per un’emittente estera ma sul suolo italiano), le dinamiche politiche, sociali e culturali di una terra ricca ma anche contraddittoria per molti aspetti. Bilingue perfetto, è un collega esperto e sensibile nel comunicare attraverso la televisione, grazie alla sua identità linguistica duplice.

Patrick Rina è iscritto al Sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige e la conversazione si svolge rigorosamente al telefono per rispettare le norme dettate dall’emergenza sanitaria Covid – 19.

«Per noi giornalisti della televisione austriaca è importante appartenere anche al circuito sindacale della FNSI, una novità e una spinta propulsiva per lavorare bene. La nostra redazione non aveva un fiduciario, né tanto meno un comitato di redazione. Come televisione estera con giornalisti italiani ci si sente come delle figure mediatiche ibride. Io ho studiato però nelle scuole di lingua tedesca a Merano e facendo questo lavoro mi è stata data la possibilità di analizzare la situazione particolare dell’Alto Adige con una prospettiva da “forestiero”. Ritengo che la stampa italiana ma anche europea viva un momento particolarmente difficile, alla luce di come vengono date le notizie da alcuni media italiani ma anche di quelli tedeschi, in particolare i tabloid. C’è bisogno di maggiore pacatezza nel dare informazioni. Penso in particolare al tema del Covid-19 o coronavirus. È necessario possedere una maggiore ratio nel senso illuministico del termine perché osservo come molti giornali usino dei toni quasi propagandistici, urlati, come fosse una chiamata alle armi e questo mi preoccupa perché non è l’obiettivo del vero giornalismo e della stampa. La propaganda non può essere presente nel dare informazioni così delicate come nel caso della pandemia. Sembra una caccia alle streghe nei confronti dei politici e dei cosiddetti “untori”. Si cercano dei colpevoli. Consiglio di rileggere Réné Girard (antropologo, critico letterario e filosofo francese: la sua l’idea è che ogni cultura umana è basata sul sacrificio come via d’uscita dalla violenza mimetica, ndr), l’ideologo del capro espiatorio, ovvero l’invenzione del colpevole.

Al Museo diocesano di Trento (ora chiuso) nelle ultime settimane era proprio in corso la mostra dal titolo “L’invenzione del colpevole. Il ‘caso’ di Simonino da Trento dalla propaganda alla storia” (a cura di Domenica Primerano con Domizio Cattoi, Lorenza Liandru, Valentina Perini e la collaborazione di Emanuele Curzel e Aldo Galli, ndr). Quando si manifestano sentimenti legati alla paura e all’odio questi si diffondono ovunque nella società e si cerca di trovare un solo colpevole (Girard definisce questo fenomeno come “capro espiatorio” che in antichità poteva essere o un animale o un essere umano e destinato ad essere colpevole per far si che una comunità si coalizzi senza dividersi, ndr)».

«L’ideologia della paura – prosegue Patrick Rinasi è manifestata anche attraverso la stampa germanica quando ha iniziato a criticare la sanità italiana accusandola di non essere preparata ad affrontare il coronavirus. Non dobbiamo costruire delle notizie frutto di stereotipi mentre osservo, al contrario, come molti articoli pubblicati – in Italia e nel mondo di lingua tedesca – abbiano un tono nazionalistico. Viene in mente la cosiddetta influenza spagnola, la quale tra il 1918 e il 1919 causò milioni di morti nel Mondo, una pandemia terribile. Non aveva un’origine spagnola ma fu solo la stampa spagnola a scriverne perché non era soggetta a censura, e da qui l’appellativo “spagnola”. Fu dato il nome di “spagnola” per via che solo in Spagna (nazione non coinvolta nella prima guerra mondiale) la stampa non era soggetta a censura (la diffusione del virus fu censurato dagli altri stati parlando di un’epidemia limitata alla Spagna, le cui cause  non trovano una spiegazione scientifica univoca, ndr). Anche noi operatori dell’informazione così attenti ora alla crisi globale siamo coinvolti in questo meccanismo ed è proprio ora che dobbiamo dimostrare come fare i giornalisti sia un’arte e una professione qualificata. Forse questa pandemia del coronavirus potrà far rinascere il giornalismo seriamente perché la stampa deve comunicare le informazioni accertate, dimostrabili scientificamente. Contano la verità dei fatti e la continenza verbale perché è arrivata l’ora della serietà! Ai miei amici continuo a fare queste domande: tu credi al video dell’amico mandato tramite i social o credi all’informazione dei professionisti? Credi a qualcuno che non ha controllato prima? Oppure ad un lavoratore del sapere responsabile che fa una verifica prima di pubblicare in prima pagina una notizia?»

Il giornalista ha studiato storia ad Innsbruck e letteratura tedesca a Venezia ma per motivi professionali ha lasciato, dedicandosi anima e corpo alla famiglia e al suo lavoro, del quale esprime un senso etico e deontologico fuori dal comune: «Ancora non lo posso dire se il giornalismo potrà rinascere, raccontando solo la verità dei fatti, la verità scientifica non falsata e semplificata (anche per il Covid-19 molta stampa sta dimostrando di non accertare la veridicità delle fonti e si azzarda in teorie e spiegazioni prive di fondamento, ndr). Io però voglio rivolgere un appello a tutti i colleghi di responsabilizzarsi sempre di più per diventare veri educatori civici! Bisogna narrare ai lettori e ai telespettatori i valori e i vantaggi della nostra democrazia liberale, dicendo di sì alla forza della collettività democratica, sì all’individuo, al cittadino che si sente parte della comunità, della civitas. La stampa deve ricordare sempre l’importanza della democrazia mentre le reti unificate – forse sono necessarie solo in questo momento (per la pandemia del coronavirus, ndr), ma il lievito democratico è rappresentato dal pluralismo come l’agorà, preludio della democrazia.

I giornalisti devono essere i “cani da guardia” della democrazia e vigilare su certi atteggiamenti, visto che siamo in una crisi. C’è la presenza delle forze della polizia, in molti paesi i servizi segreti hanno accesso a dati sensibili, come quelli dei telefoni cellulari. C’è anche l’utilizzo dei droni. Il monitoraggio degli spostamenti se limitato al periodo dell’emergenza sanitaria va bene, ma non deve essere prolungat0. Vorrei che ci fosse una discussione pacata su questi argomenti. Purtroppo la stampa si dimentica presto del passato ma una democrazia liberale, plurale è rappresentata dall’impegno di tutto il Parlamento italiano. Bisogna sempre dire no convintamente a tutte le derive e bramosie autoritarie come è accaduto in Ungheria con Orbàn che ha ottenuto i pieni poteri dal Parlamento della sua nazione. Non si può governare senza il parlamento e i giornalisti dovrebbero servirsi sempre della ratio e della propria intelligenza a proposito di informazione e disinformazione. Sarebbe utile leggere cosa ha scritto Kant a proposito di persuasione e convinzione nel divulgare un pensiero».

“Quando essa è valida per ognuno che soltanto possegga la ragione, allora il fondamento di essa è oggettivamente sufficiente, e allora la credenza si dice convinzione. Se essa ha il suo fondamento nella natura particolare del soggetto, è detta persuasione. La persuasione è una semplice apparenza, poiché il fondamento del giudizio che è unicamente nel soggetto, vien considerato come oggettivo. Una persuasione io posso tenermela per me, se pure io mi ci trovo bene, ma essa non può né deve, volersi rendere valida al di fuori di me” (brano tratto da Immanuel Kant, Critica della Ragion Pura)

Rina non ha dubbi che il praticare il giornalismo con intelligenza sia fondamentale anche oggi per affrontare una situazione così sconvolgente per tutto il pianeta, colpito dalla pandemia: «Ci aiuterà anche in questa crisi nella descrizione della nostra società e penso a quella italiana come a  quella austriaca e germanica. Il nostro tempo assomiglia ai tipici sintomi da fine secolo con una società che sembra ballare su un vulcano e oscillare tra carnevale e quaresima. Si muove così tra positivismo idolatrato e una superstizione del pensiero magico. Mancano solo i flagellanti. Questa “coincidentia oppositorum” mi ricorda le parole del filosofo tedesco Theobald Ziegler che descrisse l’alba del Novecento come un’unione degli opposti. Ci sono tante similitudini con gli incipienti anni Venti del Duemila. Il compito dei giornalisti è ora più che mai quello di essere chiari e di usare un linguaggio possibilmente senza malintesi, fraintendimenti e sensazionalismi. Francis Bacon, filosofo e politico inglese vissuto tra il Cinquento e Seicento, si dedicò agli idòla fori ossia “della piazza”: molte parole non hanno un significato e non si riferiscono a nulla di reale e derivano da false teorie, da un linguaggio fallace ricco di malintesi ed  informazioni obnubilate. Sono sostanzialmente le fake news di oggi. Vedo nella nostra categoria il rischio di cadere in questo errore. Bisogna fare molta attenzione a non allontanarsi da una professionalità deontologicamente corretta. Ma ora anche il cittadino deve assumersi le sue responsabilità. Il cittadino solidale ha a cuore la comunità e non è un semplice esecutore di provvedimenti altrui. Io auspico che ci possano essere più cittadini figli dell’illuminismo. Ora ci sono dei doveri nei confronti della comunità, come quello di stare a casa. Consiglio di leggere il romanzo “La peste” di Albert Camus. Il libro parla sì di una tragedia, ma il messaggio principale ai posteri è quello della forza della solidarietà e della forza dell’avvedutezza».

(Roberto Rinaldi; fonte: Articolo 21)

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‘Scegliamo di guadagnare in profondità’. Intervista all’arcivescovo di Trento Lauro Tisi

Non scriviamo degli altri quello non vorremmo fosse scritto di noi”: è questo l’incipit della Carta di Assisi. Don Lauro, come si sta comportando l’informazione durante la pandemia da Covid-19?
«Riconosco quanto sia essenziale l’apporto mediatico in questi incredibili giorni. Ma quanto sta avvenendo aumenta a livello esponenziale la responsabilità di chi produce informazione e di chi la consuma, rilanciando con forza la prospettiva indicata nel Manifesto di Assisi contro i muri mediatici».

Mai come in questo momento servono compassione, fraternità, la capacità di mettersi dalla parte delle vittime e di non anteporre l’indice di ascolto a quello del rispetto della dignità di ogni persona: cosa emerge dalle cronache di questi giorni?
«In questi giorni di clausura forzata dettata dall’emergenza, si invera pienamente la profezia del “villaggio globale” introdotta in anni non sospetti da Marshall McLuhan. Lo conferma, fuor di metafora, la rapida e inesorabile espansione del contagio a livello mondiale. Lo avvalora, rispetto al contesto mediatico a cui propriamente si riferiva lo studioso canadese, l’importanza strategica degli strumenti di comunicazione, in particolare quelli digitali.  Oggi la notizia – prodotta e consumata – sembra essere bene di primissima necessità, un pane quotidiano assunto quasi con foga, al punto da doversi inventare termini come “infodemia” per descrivere negativamente il fenomeno».

Quale effetto le hanno provocato le immagini trasmesse in tutto il mondo delle bare trasportate sui camion militari a Bergamo?««
«Tra le altre abitudini, è stata completamente stravolta la nostra pratica di fede, a cominciare dall’impossibilità di celebrare comunitariamente l’Eucarestia. Ma c’è di più: soffriamo tutti oltremodo di fronte all’atroce cronaca di persone che si spengono in solitudine. Donne e uomini ai quali è riservato solo un fugace saluto, caricati su colonne di camion mimetici dove le bare scorrono via, freddi numeri di un bollettino di guerra».

Non le sembra surreale questa situazione che vede una overdose di informazione da una parte e dall’altra un allontanamento ed un isolamento?
«Viviamo un paradosso evangelico: per volerci bene dobbiamo stare distanti uno dall’altro. In un’ottica di responsabilità collettiva vien meno la possibilità di frequentare i gesti della prossimità. Mai avrei immaginato di dover raccomandare ai miei fedeli – in diretta tv e streaming, ma senza averne davanti i volti – che restare a casa è un atto d’amore, la prima vera eucarestia. E tuttavia anche in ambito ecclesiale si approfitta del contesto drammatico per dar vita a scontri surreali sulla fede, attaccandoci gli uni gli altri con la scusa di difendere “la verità”, quando, in realtà, a muoverci è solo l’orgoglio e la presunzione».

A toni urlati e sensazionalistici usati talvolta a sproposito in questo tempo, cosa propone la Chiesa di Trento per bocca del suo vescovo?
«Sogno che il rallentamento della vita in cui siamo forzatamente immersi possa essere abitato dal silenzio e dall’ascolto: potremmo così frenare il rumore assordante di tante parole che rischiano solo di aumentare l’ansia e l’apprensione.
Mi affido alla riflessione di alcune monache di clausura della Diocesi di Trento. Donne abituate all’isolamento e al silenzio, da claustrali parlano a noi “claustrali forzati” invitandoci a “scegliere di guadagnare in profondità”. “È questo – scrivono – l’unico modo per raggiungere le periferie talora così poco frequentate del nostro cuore, perché tutto sia più luminoso e sereno. E quando tutto questo sarà passato – perché passerà – poter ritornare tutti alla normalità della vita più veri e più umani, a vantaggio di tante persone affaticate, marginalizzate, povere, sole, per le quali trovare comunque, anche oggi in tempo di ritiro e isolamento, modi fraterni ed efficaci di prossimità».

Cosa deve insegnare questa emergenza planetaria a noi giornalisti in particolare?
«Se il mondo della comunicazione – professionisti e fruitori – riuscisse a vivere questo tempo come occasione per provare ad essere più veri e più umani, allora l’emergenza non sarà piombata invano tra noi».

Con l’impegno da parte nostra di proporre quando sarà finita l’emergenza una riflessione pubblica sul tema a Trento sulla “Carta di Assisi – Le parole non sono pietre proprio”, insieme all’arcivescovo Lauro Tisi.

(Autore: Rocco Cerone; fonte: Articolo21; foto: Gianni Zotta)

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Le ‘Parole non sono pietre’e la Carta d’Assisi a Civiltà Cattolica

Nella sala convegni della rivista Civiltà Cattolica di Roma si è svolto venerdì 28 febbraio scorso un dibattito -seminario dal titolo “Parole non pietre” organizzato da Articolo 21 e dalla Federazione nazionale della stampa, alla presenza dei rappresentanti di tutte le fedi religiose riuniti insieme per la prima volta. Un evento senza precedenti per il valore simbolico, ma soprattutto per una comunanza d’intenti, capace di andare oltre a semplici promesse all’insegna di un dialogo antireligioso, sociale, politico, civile alla base di ogni democrazia. Un dialogo basato sulla convivenza pacifica e rispettosa delle idee e dei pensieri altrui. “Parole non pietre” si basa sulla Carta d’Assisi: un documento sottoscritto in precedenza il 3 maggio 2019 nella sede della Federazione nazionale della stampa dai tre esponenti più autorevoli delle religioni monoteiste. Un appello urgente soprattutto ai giornalisti a cui viene chiesto d pubblicare le notizie con un linguaggio consono e rispettoso della dignità altrui. Un’informazione corretta e scevra da parole usate come pietre, epiteti irripetibili, insulti e denigrazioni verso i più deboli, gli emarginati, gli stranieri. Un linciaggio mediatico mediante la violenza verbale capace poi di tramutarsi anche in atti fisici.

Nella Carta di Assisi è citato al punto nove uno dei principi cardini titolato “Connettiamo le persone”: «La società non è un groviglio di fili, ma una rete fatta di persone: una comunità in cui riconoscersi come fratelli e sorelle. Il pluralismo politico, culturale, religioso è un valore fondamentale. Connettiamo le persone». Contro ogni forma d’odio e razzismo la parola è fondamentale se utilizzata affinché si possano costruire dei “ponti e non innalzare dei muri” come spesso ricorda il presidente della FNSI Giuseppe Giulietti, l’artefice di queste tre giornate culminate domenica 10 marzo con la deposizione della “Panchina della Memoria” (realizzata dall’associazione Leali delle Notizie di Ronchi dei Legionari) nel Ghetto ebreo di Portico d’Ottavia di Roma, e dedicata a giornalisti e tipografi ebrei romani vittime della deportazione. Erano presenti Ruben Della Rocca, vice presidente della Comunità Ebraica di Roma; Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah; David Sassoli presidente del Parlamento europeo e della sindaca di Roma Virginia Raggi.

Nella sede  di Civiltà Cattolica si sono susseguiti gli interventi di Raffaele Lorusso segretario generale della Federazione nazionale della stampa, Guido D’Ubaldo, segretario del Cnog, Roberto Natale, coordinatore Comitato scientifico di Articolo21; padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica; Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero delle Comunicazioni della Santa Sede; Muhammad Abd al-Salam, segretario dell’Alto Comitato per l’attuazione documento sulla fratellanza; Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma; Alessandra Trotta, moderatrice della Chiesa Valdese; Abdellah Redouane, segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia; il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Editoria, Andrea Martella. Le loro firme sono state apposte sul disegno realizzato da Mauro Biani che rappresenta un ponte formato da una penna su cui si incontrano dei giovani provenienti da entrambe le direzioni.

Ad aprire il convegno Elisa Marincola portavoce di Articolo 21 che ha spiegato come l’iniziativa “Parole non pietre”  dove  confronto serviva per fornire una « sana informazione e una condivisione per noi a noi stessi», rifacendosi a quanto scritto nella Carta d’Assisi, e annunciando il saluto video registrato di Liliana Segre presidente della Commissione parlamentare contro il razzisimo, l’antisemitismo e la discriminazione: «le parole contro l’odio non sono pietre, sono messaggi che non hanno credo politico, religioso ma sono universali che uniscono e non dividono. Portano conforto. Per chi ha sofferto per le pietre il fatto che si parli di pace è importante. Sono felice che tante persone di fedi diverse si riuniscano per celebrare la pace sotto il cielo di Assisi e abbiano firmato la Carta d’Assisi».

Padre Antonio Spadaro, direttore della rivista Civiltà Cattolica (fondata nel 1850, la più antica d’Italia) ha ribadito come sia fondamentale operare con professionalità per «avere a cuore una delle architravi della nostra democrazia. La declinazione in tutte le forme di comunicazione ci fa chiedere quale società ho in mente? Quale voglio costruire? Lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella ci rivolge un monito quando dice di “sentirsi e riconoscerci in una comunità di vita e di comune destino”. Questo significa condividere valori e prospettive, diritti e doveri, parole da scolpire. I media svolgono un ruolo fondamentale nella comunicazione che costituisce un ambiente reale e non virtuale e ogni informazione crea delle relazioni e ogni comunicazione diventa informazione. In questi tempi una malattia epidemica ci mette sotto stress attaccando anche la nostra fisiologia della nostra anima ma dobbiamo combattere anche un’altra influenza ed eliminare l’odio contro il diverso. Viviamo in bolle filtrate dove ci mettiamo in contatto solo con chi la pensa come noi ».

Padre Spadaro ha voluto ricordare anche Antonio Megalizzi come un esempio di chi voleva contrastare ogni forma di linguaggio responsabile di alimentare intolleranza e odio verso gli altri. Un pensiero ripreso anche da Raffaele Lorusso segretario generale della FNSI: «Parole e non pietre richiama alla responsabilità di azioni condivise e il Congresso di Levico ha rappresentato lo spartiacque tra chi ritiene che uno vale uno e che si riconosce nella Costituzione antifascista. In un’ottica di post verità c’è chi si sforza di raccontare i fatti e c’è chi fa scatenare reazioni scomposte e irrazionali e attraverso l’uso di parole responsabili si cerca di far allontanare chi ne fa un utilizzo demagogico. Il confronto può diventare acceso ma non deve trasformarsi in una permanente chiamata alle armi, ad una narrazione che tende ad escludere e non ad includere. Dobbiamo tutti collaborare a costruire ponti e non muri e alimentare il terreno fertile si cui operare in questo senso. La Rete ha ingigantito il fenomeno su cui si basa il concetto distorto dell’uso delle parole. Viviamo in una democrazia liberale dove si sta cercando di ostacolare – ha proseguito Lorusso – la mediazione e i confronti alla base stessa della democrazia. L’accesso alla Rete rende possibile il fenomeno di proliferazione dell’utente con la creazione di gruppi chiusi dove si propagano fenomeni di paura. Voglio citare Stefano Rodotà (il primo Garante per la protezione dei dati in Italia, ndr) il quale facendo riferimento all’habeas corpus (“che tu abbia il tuo corpo”, ndr) parlò della necessità di arrivare alla definizione di “habeas data” estendendo alla Rete il diritto come sancito dall’habeas corpus di curare un fenomeno che ha la responsabilità di aver creato disagio sociale, diseguaglianze e violazione dei pari diritti di tutti e delle eguaglianze».

Se l’habeas corpus è stato pensato per tutelare l’essere umano nella sua integrità fisica (nel rispetto della sua dignità di corpo fisico) a garanzia dei propri diritti, oggi è fondamentale poter proteggere la libertà di una persona riconoscendo l’esistenza di un corpo digitale. «Il disagio sociale che si è venuto a creare è il risultato di politiche sempre meno attente fino ad aver creato false notizie e questo ha agevolato l’azione dei professionisti della demagogia. È necessario ridurre le diseguaglianze e gli ultimi del mondo del lavoro. Anche le parole tornino ad avere il loro significato» – ha concluso Raffaele Lorusso.

In un’epoca dominata dalle tecnologie digitali in cui la vita di ciascuno è condizionata in modo sempre più invasivo parlare di corpo digitale assume un significato preciso e non si può prescindere da quelle che sono le modificazioni e invasioni della propria libertà e dignità personale. Connessioni pervasive, divulgazione di dati sensibili, fino ad arrivare ad un uso compulsivo e distorto e responsabile di alimentare anche una disinformazione generalizzata. Tutto viene rilevato da queste tecnologie e reso pubblico, ogni gesto, azione fisica ed emotiva spesso manipolata. Roberto Natale del comitato scientifico di Articolo 21 ha poi spiegato l’importanza della Carta d’Assisi: «non è solo una carta dei giornalisti ma essa confluisce sulla strada dei diritti creata a fine anni Ottanta dal gruppo di Fiesole, ma è anche la carta dei doveri . Va contrastata la disintermediazione. Dobbiamo tutti noi giornalisti dimostrare la nostra responsabilità per impedire la marea montante dell’odio. L’assemblea parlamentare europea ha richiamato l’Italia per il linguaggio d’odio che imperversa nella nostra politica e nell’informazione. La Carta d’Assisi non nasce dal buonismo, non chiede di guardare la realtà con gli occhiali rosa ma di accertare e raccontare solo la verità. Lo ha ribadito anche il presidente Mattarella nel premiare semplici cittadini che non è un problema di essere buonisti; il tema del buonismo è emerso come riflesso condizionato nei media vedi certi titoli di giornali – ha spiegato Roberto Natale – come “prove tecniche di strage”; “accogliamo tutti anche i virus”; “ ora ci diamo tutti una calmata!”. La società non si regge sulla legge della lacerazione sociale, dobbiamo imparare a dare l’informazione con i numeri giusti altrimenti ci si avvelena tra quella che è la dimensione reale e quella della percezione ricevuta dei cittadini. Noi giornalisti abbiamo la responsabilità di combattere l’emotività».

Il direttore dell’Osservatore Romano Andrea Monda ha voluto ricordare nella circostanza dell’evento anche la catastrofe umanitaria che si è verificata in Siria con un milione di sfollati dove molti media omettono di darne notizia. Anche questo è un modo di fare disinformazione alla pari di chi scrive false notizie. «La Carta d’Assisi ci dice come una società incapace di reggere non cresce se si alimenta solo dentro le camere dell’ego e se ciascuno si connette solo con se stesso. Dobbiamo tenere vivo il dialogo». Il governo era rappresentato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Editoria, Andrea Martella il quale ha portato un contributo efficace alla discussione (approvato dall’Ordine dei giornalisti che ha concesso i crediti formativi -deontologici): «Quando le parole vengono usate in modo strumentale contro l’interlocutore visto come un nemico, diventano un mezzo per colpire, per indurre paura e attaccare e mortificare l’altro. Per impedire il permesso di far entrare gli individui e gli altri popoli e alimentare il tempo dell’odio e dell’intolleranza che si diffonde, penso all’omofobia, al bullismo, al sessismo e al razzismo. l’odio è uno solo (riferendosi alla strage in Germania da parte di un uomo verso i turchi, alla strage in Nigeria, Burkina Faso, ndr) e il movente che sia razziale e di genere è la stessa cosa. L’odio è una pulsione negativa e compagno di viaggio dell’umanità come tutte le altre pulsioni. Emanuele Macaluso (politico e giornalista, ndr) aveva spiegato come “la grammatica ha liberato l’insulto” e ora si può odiare apertamente grazie ad una normalizzazione dialettica (negativa, ndr) e alla base dell’odio c’è la violenza verbale. L’incitamento all’odio e le notizie false (e i media ne sono spesso responsabili, ndr) progrediscono in parallelo – ha spiegato Martella – anche se non bisogna demonizzare internet e i social, questi hanno fatto crescere un lato oscuro, dove si è creato il clima dell’odio. Va sostenuta la complessa partita normativa con la creazione di regole pubbliche e l’autoregolamentazione in nome di una battaglia culturale. I nativi digitali che anno conosciuto il principio dell’informazione reale (la generazione di chi è cresciuto insieme alla diffusione delle nuove tecnologie informatiche, ndr). Esiste uno scarto tra percezione e realtà e alfabetizzazione funzionale, causa anche la scarsa lettura».

Il sottosegretario Martella ha ricordato anche l’impegno per la commissione per l’equo compenso rivolta alla professione giornalistica, la ricostituzione dell’osservatorio contro le intimidazioni ai giornalisti e in conclusione ribadendo la necessità di credere nel «principio del bene sempre presente in ogni credo e anche quello della laicità». Paolo Ruffini prefetto del Dicastero delle Comunicazioni della Santa Sede: «i titoli accattivanti dei giornali diventano titoli cattivi e anche le storie peggiori possono avere la possibilità di riscatto e di trasformazione». Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma: «stiamo vivendo in una fase dove assistiamo ad una costruzione di un’ideologia basata sulla divisione ed è preoccupante perché è già accaduto. Un finalismo asservito alla propaganda. Ringrazio Giuseppe Giulietti per la sensibilità dimostrata e per l’ascolto condiviso nel cercare di fermare i linguaggi d’odio, il pericolo di un’implosione è forte e grave e non è solo limitato ai noi ebrei e altre minoranze, ma a tutta la società».

La chiusura del dibattito è stata affidata al presidente della Federazione nazionale della stampa: «i processi democratici sono fatti dalle comunità e non dai leader solitari. Ci sono trasmissioni televisive con alti indici di ascolto ma dal basso indice di dignità. Per farlo devi essere radicale sull’analisi ma la radicalità è dare voce all’urlo, all’insulto. I politici vengono chiamati nelle trasmissioni televisive e questo diventa un problema democratico. (Il sociologo Zygmunt Bauman e il filosofo Loenidas Donskis, sono gli autori di “Cecità morale”; quest’ultimo scrive: “Se un politico non va in tv, non esiste – ma questa ormai è storia vecchia. La novità è che, se non sei sui social network, neanche tu esisti”. Cit. da “Cercami su “Instagram. Tra Big Data, solitudine e iperconnessione” di Serena Valorzi e Mauro Berti (Reverdito edizioni). Noi siamo stati accolti qui a Civiltà Cattolica da Padre Spadaro mentre in altri luoghi ci escludono – ha ricordato Giulietti e a lui sono state rivolte spesso delle accuse attaccandolo per le sue prese di posizione contro il sovranismo. Ci sono dei giornalisti che devono andare a casa per aver dimostrato di essere squadristi in quello che scrivono. Noi, invece, firmiamo di nuovo la Carta d’ Assisi per dire no alla penna come strumento di guerra surrettizio, ma uno strumento di conoscenza. Per ricordare i tanti giornalisti n carcere ora dall’altra parte del Mediterraneo. Per la liberazione dalle querele bavaglio. Per dire no ad una cultura del “me ne frego” responsabile di aver ammorbato il nostro paese. Il nostro impegno deve essere condiviso a tutti senza essere mai una corporazione e dobbiamo disarmare chi usa le parole come pietre». Come quelle ascoltate in questi giorni commentando l’emergenza del Covid 19 (coronavirus) come ha fatto, ad esempio, Vittorio Sgarbi. 

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‘Parole non pietre’: giornalisti, studenti, artisti, istituzioni insieme contro i discorsi di odio

«I giornalisti – ha detto il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti nella seconda giornata dell’iniziativa “Parole non pietre” – devono rispettare la Costituzione che vieta squadrismo, antisemitismo, le aggressioni alle diversità e istituisce il principio di uguaglianza tra le religioni, non discrimina tra opinioni politiche e tra i sessi. Il dovere dei giornalisti è ricordare la Costituzione contrastando chi usa le parole come pietre per uccidere la diversità».

L’incontro si concentrava sul tema dell’informazione inclusiva e delle iniziative da intraprendere per promuovere una narrazione capace di costruire ponti e non muri, nell’ambito della manifestazione “Parole non pietre”, promossa dall’associazione Articolo21 con, fra gli altri, Fnsi, Usigrai e Ordine dei giornalisti del Lazio. Dopo gli incontri di venerdì 28 febbraio, nella sala “Walter Tobagi” della Fnsi si sono ritrovati rappresentanti del sindacato, di Assostampa e Ordini regionali, di associazioni, scuole, istituzioni, direttori di giornali ed emittenti, politici, artisti: tutti insieme per una grande alleanza contro i discorsi di odio che inquinano la convivenza civile.

Dopo il saluto di Roberto Natale, la Coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, Milena Santerini ha illustrato la relazione “La piramide dell’odio in Italia”, prodotta nella scorsa legislatura dalla commissione “Jo Cox”, con particolare attenzione riguardo al fenomeno dell’antisemitismo e alla sua diffusione tramite web e social. Il commissario Agcom, Antonio Nicita, si è poi soffermato sulle iniziative messe in campo dall’Authority nel contrasto all’hate speech, spiegando che «il linguaggio dell’odio nelle trasmissioni televisive e nei media può essere sanzionato e va denunciato».

Spazio quindi alle testimonianze di Alessio Falconio, direttore di Radio Radicale, Marco Tarquinio, direttore di Avvenire e Andrea Monda, direttore de L’Osservatore Romano. Mentre Stefano Corradino, direttore di articolo21.org, ha letto il messaggio di saluto della ministra Lucia Azzolina e Renato Parascandolo ha presentato il concorso “Rileggiamo l’articolo 34 della Costituzione” rivolto agli studenti delle scuole.

L’assessora al Turismo della Regione Lazio Giovanna Pugliese ha presentato la campagna “Io non odio”. Angelo Chiorazzo ha portato le testimonianze di alcuni ragazzi della comunità Auxilium. Federica Angeli ha raccontato la sua esperienza di giornalista sotto scorta. Anna Del Freo, segretaria generale aggiunta della Fnsi e componente del Comitato esecutivo della Federazione europea dei giornalisti, ha ricordato l’impegno del sindacato dei giornalisti, non solo in Italia.

Laura Boldrini ha approfondito il tema dell’odio in rete, ricordando la Carta dei diritti di Internet e il giurista Stefano Rodotà, e portato la sua esperienza di bersaglio degli odiatori online. Mimma Caligaris ha raccontato il lavoro della Commissione pari opportunità della Fnsi che ha portato alla stesura del Manifesto di Venezia per la corretta informazione sulla violenza di genere. Luca Perrino ha spiegato come è nata l’iniziativa della “panchina della memoria”, realizzata da Cristina Visintini e donata dall’associazione Leali delle Notizie, che verrà inaugurata domenica 1 marzo al ghetto di Roma. I presidenti degli Ordini regionali e i rappresentanti delle Associazioni regionali di Stampa e dei circoli territoriali di Articolo21 hanno arricchito la giornata con gli spunti e le esperienze provenienti dai territori.

I partecipanti all’incontro hanno quindi lanciato un appello, insieme con Amnesty International, per la liberazione di Patrick Zaki, lo studente e attivista per i diritti umani in detenzione preventiva in Egitto dal 7 febbraio. Nel corso dell’incontro sono anche stati consegnati due riconoscimenti “alla carriera” al regista Giuliano Montaldo e al giornalista Vincenzo Mollica.

Una delegazione della Fnsi e di Articolo21, insieme con il direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, accolti dal segretario generale Abdellah Redouane, ha infine fatto visita alla Grande Moschea e al Centro Islamico Culturale d’Italia dove verrà promossa nei prossimi mesi una nuova tappa dell’iniziativa “Parole non pietre” perché, come ha ricordato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dei 50 anni dal conferimento della Medaglia d’oro al valor militare al Comune di Stazzema, luogo dell’eccidio nazista del 12 agosto 1944, «il germe dell’odio non è sconfitto per sempre. Il timore del diverso, il rifiuto della differenza, la volontà di sopraffazione, sono sentimenti che possono ancora mettere radici, svilupparsi e propagarsi».

E dunque il contrasto all’odio e alle parole che lo alimentano deve essere un impegno costante.