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La Carta di Bolzano. Intelligenza artificiale e informazione: il ruolo del giornalista e l’informazione

È stata presentata nel mese di ottobre scorso a Bolzano nella sede della Libera Università al NOI Techpark, la Carta di Bolzano nel corso della giornata di studi organizzata dalla Federazione Nazionale della Stampa, Sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige a cui hanno presenziato i vertici della FNSI, il segretario regionale del Sindacato Rocco Cerone, docenti universitari e giornalisti direttori di testate regionali.

LA CARTA DI BOLZANO

L’Intelligenza Artificiale (IA) produce e produrrà sempre di più profondi mutamenti anche nella particolare e rilevante attività umana del giornalismo. Negli anni ’80 del secolo scorso, l’introduzione delle nuove tecnologie (computer, sistemi editoriali informatici, ecc.) contribuì a un notevole cambio di paradigma: il lavoro giornalistico mutò radicalmente e in breve tempo i vecchi strumenti vennero sostituiti da macchine sempre più rapide e “intelligenti”. Una trasformazione che, con il tempo, non ha riguardato solo i devices e la configurazione di una rete sempre più ampia (vere e proprie protesi, ormai indispensabili) ma anche nuove sensibilità culturali e atteggiamenti mentali che hanno inciso profondamente nel lavoro di chi ha il diritto e il dovere di informare la collettività.

Internet, nuove piattaforme e dispositivi sempre più complessi e fruibili, rappresentano l’ulteriore evoluzione delle profonde modifiche degli ultimi decenni. La continua trasformazione digitale e quelli che sono stati definiti i “cambiamenti algoritmici”, sono un sistema complesso, innovativo e utile (ormai necessario), ma non scevro da rischi.

L’Intelligenza Artificiale (espressione oltremodo sintetica e per molti aspetti non appropriata) pervade ormai la nostra vita. Tutti la utilizziamo, ma il più delle volte senza saperlo: quando usiamo il telefono, prendiamo un aereo, accendiamo un elettrodomestico, ecc. Non ne siamo consapevoli; oppure lo siamo, ma in modo superficiale. Se sappiamo, quanto meno a grandi linee, come si muovono (ed evolvono) scienza e tecnologia, non facciamo caso (possiamo non fare caso) a cosa è “dentro” e “dietro” gli strumenti che utilizziamo: nei fatti ci interessa solo il risultato (comunichiamo con il telefono, navighiamo in internet, voliamo in sicurezza, risolviamo le incombenze domestiche).

Questo per l’informazione giornalistica non basta: in tale particolare ambito della nostra vita individuale e collettiva non possiamo essere superficiali. Non basta alle cittadine e ai cittadini che devono (hanno il diritto di) sapere che ciò che leggono, ascoltano, vedono è frutto di un attento lavoro e di un chiaro discernimento, i quali certamente non possono essere (solo) meccanici. Conseguentemente, non basta alle giornaliste e ai giornalisti, che hanno il dovere (oltre che il diritto) di poter acquisire i dati da fonti sicure, certe e autorevoli e di poterli rielaborare criticamente secondo la loro sensibilità e la loro cultura.

Ragione e coscienza: ogni persona ne è dotata. Ma alla ragione e alla coscienza si aggiunge per le giornaliste e i giornalisti, come  asseverato da una pluriennale elaborazione giuridica e giurisprudenziale, la creatività, nel senso più ampio del termine. Una macchina, anche la più complessa fino ad ora realizzata, possiede ragione, coscienza, creatività? Possiamo certamente affermare che di coscienza – a meno di non oltrepassare il confine tra scienza e fantascienza – la macchina non è dotata; ma per la ragione e la creatività il discorso è più articolato. Se per ragione intendiamo la capacità di eseguire calcoli complessi e rapidi, la ricerca di input rilevanti e la loro sistemazione logica; e se per creatività la possibilità di produrre output originali e coerenti in virtù di un efficace addestramento, si potrebbe affermare che la macchina è dotata di ragione e creatività e, cioè, di intelligenza artificiale generativa. Ma la coscienza e tutto quello che essa presuppone e comporta?

Se definiamo coscienza la consapevolezza del valore morale del nostro operato, il discernimento tra bene e male, la facoltà di piena comprensione e valutazione dei fatti che si verificano nella sfera della nostra esperienza e, conseguentemente, la possibilità di assumere decisioni appropriate nel più ampio panorama dell’etica dell’agire, la macchina, pur complessa che sia, rimarrà sempre indietro, se non proprio al punto di partenza. L’IA generativa può ragionare e creare, nel senso esplicitato, ma certamente non può prendere decisioni “coscienziosamente” determinate, la cui complessità non è frutto di algoritmi, ma di quel bagaglio di esperienza e valori umani che la macchina non può neppure lontanamente imitare.

Il ruolo del giornalista è quindi insostituibile. L’IA che utilizza può anche essere generativa, sempre nel senso già esplicitato, ma il professionista dell’informazione non può fermarsi a ciò che essa genera. È lui che deve (ulteriormente) generare il quid pluris che rende l’informazione oggettiva, equilibrata, rispettosa e, nello stesso tempo, libera, critica ed efficace. Generare tutto questo per una macchina è troppo difficile? Sì, forse impossibile. E mai come in questo caso la difficoltà (anzi, l’impossibilità) è bene, è etica. Gli algoritmi hanno cambiato la nostra vita, ma non possiamo consentire che la stravolgano. Libertà di pensiero e di azione, diritti sociali e civili, democrazia (vera), sono garantiti dall’informazione.

Se l’informazione non è libera non è informazione, ma indottrinamento culturale, sociale e politico. Se l’informazione non è libera è, nella migliore delle ipotesi, espressione di potere oligarchico. E l’informazione non è libera quando è l’algoritmo (che è sempre creato da e in mano di qualcuno che algoritmo non è) ad arrivare, senza alcun ulteriore processo decisionale umano, alle cittadine e ai cittadini. L’algoritmo c’è, ma non si vede. E se non si vede, chi lo crea e lo utilizza ha un potere su di noi, di pensiero e di azione, che fino a poco tempo fa non era neppure immaginabile.

La rivoluzione industriale l’hanno fatta le macchine? No, è stata il pensiero e l’azione di innumerevoli donne e uomini che (nuove) macchine hanno avuto la capacità di creare e utilizzare, anche nell’interesse comune. L’informazione, in senso ampio ed inclusivo, se può essere aiutata dalle macchine (come ogni ambito dell’agire umano), per rimanere quello che è o che comunque dovrebbe essere – critica, libera, oggettiva ed equilibrata – ha sempre bisogno della persona. Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza (Dichiarazione universale dei diritti umani). E devono rimanere tali anche quando utilizzano l’IA.

Libertà, dignità e diritti non sono garantiti dagli algoritmi. Anzi, se i pochi che li creano e gestiscono propongono (o impongono) un modello di società in cui i molti si limitano a subirli, tali garanzie svaniscono, proprio grazie a un mondo ipertecnologico e iperconnesso. L’informazione giornalistica e i suoi principali operatori (editori e giornalisti) possono evitare tutto questo grazie a una visione e a una conseguente pratica (come molti ormai la definiscono) algoretica.

L’utilizzo etico dell’algoritmo, assicurato da un utilizzo antropocentrico dell’IA, non è più solo la sfida del futuro, ma del presente. Una sfida che impone al sistema dell’informazione giornalistica di elaborare il suo “ultimo miglio” solo con l’intervento diretto della persona. Il giornalista non può, oggi, fare a meno dell’IA nel suo lavoro, ma ciò che il pubblico deve leggere, ascoltare, vedere, deve essere frutto della ragione, coscienza e creatività di una persona libera e responsabile: il giornalista, appunto.

Gli editori hanno quindi l’obbligo, pur nell’ambito delle proprie libere scelte imprenditoriali, di garantire al pubblico un’informazione dove la macchina è solo strumentale (spesso, e a ragione, macchina e strumento sono indicati come sinonimi); la macchina ricerca ed elabora input, restituisce output, ma alla fine (lo abbiamo definito “ultimo miglio”) deve cedere il testimone ad un professionista dell’informazione (il giornalista) che ha l’obbligo di verificare, approfondire, scrivere. È lui, alla fine, che deve comunicare al pubblico il suo pensiero: è di lui che dobbiamo fidarci, non della macchina.

Non è solo una questione di fake news, ma di cultura. Una cultura della fiducia senza la quale libertà e responsabilità (di tutti) non sono assicurate. È proprio la legge sull’ordinamento della professione giornalistica (del 1963, ma in questo sempre attuale) a reputare imprescindibile per gli editori e i giornalisti promuovere la fiducia tra la stampa e i lettori.

Il pubblico (il lettore, per utilizzare l’espressione della legge) deve fidarsi; può (e deve) liberamente scegliere una testata o un’altra, ma deve potersi fidare. La fiducia, anche come solidarietà e partecipazione, è un rapporto diretto tra due o più persone, non un rapporto tra una persona e una macchina. È vero che un’IA sempre più complessa e addestrata produce output sempre più coerenti e sicuri. Ma è altrettanto vero che in un mondo sempre più complesso e globalizzato anche una sola parola sbagliata o una sola sfumatura distorta, possono risultare inaccettabili e mutare radicalmente un senso. La persona, il giornalista, non è quindi sostituibile e, d’altra parte, maggiori supporti da parte dell’IA implicano sempre maggiori responsabilità umane.

Responsabilità dell’editore, il quale – seppur legittimamente attratto dai meccanismi di mercato – non può sostituire le persone (i giornalisti) con l’IA. Quest’ultima può aiutare (e molto), ma rimane uno strumento, come già avvenuto con le (già radicali) innovazioni tecnologiche degli anni ’80 del secolo scorso. Al professionista dell’informazione spetta il confezionamento del “prodotto finito” e il pubblico deve sempre sapere che tale prodotto, seppure realizzato con l’ausilio dell’IA, è frutto del lavoro umano.

Vi è un diritto, quello alle relazioni umane, che non può essere disatteso. Quando leggiamo un articolo o vediamo un servizio, dobbiamo sapere chi (giornalista) lo ha realizzato. Non è solo una questione, pur rilevante, di responsabilità giuridica, ma di relazione e di etica. L’etica presuppone sempre una relazione tra più persone che si riconoscono ugualmente libere e dignitose, e non tra una persona e una macchina (che etica non ha).

Ma la responsabilità è anche quella del direttore, che deve garantire al pubblico che l’editore non imponga prodotti informativi realizzati unicamente dall’IA, senza l’imprescindibile lavoro, soprattutto finale, dei giornalisti. Così facendo, inoltre, il direttore garantisce un lavoro libero e responsabile che deve essere assicurato ai componenti delle redazioni, ognuno nel proprio ruolo.  Peraltro – in questo modo e proprio nell’interesse di chi sovrintende a una testata – il direttore non è costretto ad essere l’unico responsabile (insieme all’editore) di ciò che viene pubblicato e “firmato”, come si inizia a vedere, solo dall’IA, la quale non ha certo un potere di firma, in senso giuridico e morale, e non potrà mai essere chiamata a rispondere di ciò che viene pubblicato.

E, infine, responsabilità chiave è quella del giornalista. Egli non può utilizzare l’IA come una scorciatoia, ma solo come valido supporto. Il pubblico chiede libertà, dignità, obiettività, trasparenza, diritti, rispetto, equilibrio; e il processo decisionale, responsabile e creativo, non può che essere del giornalista.

Se l’informazione giornalistica è libera e responsabile, anche la società è libera e responsabile, oltre che realmente democratica e tollerante. Se l’informazione giornalistica non è delegata ad un oscuro algoritmo, neanche la democrazia lo sarà. Se questo dovesse avvenire, non avremmo più democrazia – governo del popolo – ma «datacrazia» – governo dell’algoritmo – dove i pochi in grado di controllare e addestrare le macchine, avranno un crescente e pervasivo potere sulla grande maggioranza delle persone, che da questo controllo è esclusa. Un potere incontrollato che, anche in virtù del contemporaneo costituzionalismo, nazionale e sovranazionale, non può essere accettato, mai!