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L’informazione tra pandemia e guerre, una riflessione di Roberto Reale

L’informazione tra cronaca e propaganda, tra spettacolarizzazione e approfondimento: come e quanto l’attualità tragica della guerra in Ucraina sta mettendo in discussione il ruolo dell’informazione professionale e dello stesso giornalista. Sarà uno degli argomenti che verranno affrontati nella seconda edizione del corso di Alta formazione Università di Padova- Fnsi “Raccontare la verità: come informare promuovendo una società inclusiva e contrastare le fake news”: iscrizioni entro il 7 aprile, inizio lezioni il 5 maggio.

Intanto vi proponiamo la riflessione di Roberto Reale, uno dei docenti del corso che vede nell’organizzazione anche il Sindacato giornalisti Veneto con quello del Trentino Alto Adige e l’adesione dell’Ordine nazionale e veneto dei giornalisti.

Tempo di guerra, tempo di atroci sofferenze, enormi rischi, incredibili paradossi. L’altro giorno incrocio un conoscente, persona cordiale e perbene, già elettore leghista. Mi dice che Putin è un pazzo e che bisogna bombardare Mosca. Gli rispondo che non mi pare una grande idea visto l’arsenale nucleare di cui dispone e che la follia di Putin, posto che di questo si possa parlare, deve essere retrodatata almeno al 2006, a quel 7 di ottobre in cui venne uccisa a Mosca la coraggiosa giornalista Anna Politkoskaja. Gli chiedo: perché nel frattempo in tanti in Italia, Europa, Stati Uniti l’hanno celebrato come un modello o hanno continuato a fare ottimi affari con lui e i suoi oligarchi?

Gli domando anche come si sia formato queste opinioni, mi risponde che guarda la televisione, cerca di non perdersi nessuna trasmissione. È vicino ai 60 anni, normale che per lui sia così, anche se è giusto qui non dimenticare che, nella distribuzione delle tragiche immagini del conflitto, un ruolo preponderante lo stanno avendo, per i più giovani, social come Tik Tok e Instagram.

Ma tv e social sono poi oggi “mondi così distanti”? Ho visto copertine di telegiornali con filmati fatti coi cellulari con mezzi e edifici bruciati ma completamente decontestualizzati ( russi, ucraini?), ho visto prime pagine di quotidiani con corpi straziati offerti a “grandezza naturale”. E da dove venivano quelle immagini se non dai social, dal flusso continuo che ci arriva dai campi di battaglia? Mi è tornata in mente una nobile parola, che in Italia purtroppo ha assunto pure obliqui significati, la parola rispetto. Nel suo senso migliore sta per la nostra capacità di volgere lo sguardo all’indietro, cioè soffermarci, chiederci cosa stiamo facendo, evitare di gettare nel calderone ogni tipo di immagine senza averle dato un robusto contesto interpretativo. Altrimenti vanno in onda spezzoni di videogiochi, scene provenienti da altri conflitti, copertine mai pubblicate di settimanali americani.

La “nebbia di guerra” del nostro tempo consiste in un moltiplicarsi esponenziale delle fonti, dei documenti visivi. Che effetti ha tutto questo sulla gente, sul pubblico? Qualcuno ha scritto che siamo al prevalere dell’osceno sul tragico, qualcosa che ti dà l’illusione di vivere gli eventi ma crea assuefazione non partecipazione vera. Altri hanno chiamato in causa la spettacolarizzazione che produce solo reazioni emotive, un rullo compressore che radicalizza ogni punto di vista senza produrre conoscenza. Sono tutti problemi seri. Mi limito qui a osservare che la parte migliore della nostra offerta informativa è arrivata dagli inviati sul campo che hanno, in condizioni spesso precarie, riferito quanto avevano visto e verificato. Peccato solo che nel presentare il loro lavoro si sia abusato della parola racconto che (anche se la cosa a molti sfugge) può essere anche narrazione di fantasia mentre la cronaca è più saldamente legata ai fatti. Altra questione controversa è quella dei giornalisti fatti allontanare dalla Russia. Questo è un tema delicato. La legge sull’informazione approvata in quel paese accentua in maniera intollerabile la stretta repressiva sulla libertà di espressione, ma è palesemente (fino a prova contraria) rivolta all’interno. Mantenere attivi uffici di corrispondenza significa documentare i fatti che avvengono nel paese, primo dovere del giornalismo, cosa opportunamente ribadita dalla BBC.

Dicevo all’inizio dei paradossi. In questa storia non ci sono dubbi che ci siano un aggressore e un aggredito. Stare dalla parte degli Ucraini è un dovere politico e morale. Ma piccole e un po’ miserabili “guerre culturali” (mi scuso per l’uso del termine davanti al dramma vero) sui tassi di atlantismo degli italiani, come se la Nato fosse Amnesty o Save The Children, lasciano veramente il tempo che trovano. Alcuni di noi fino a pochi mesi fa sono stati sbeffeggiati perché accentuavamo le critiche al regime putiniano dicendo che se si colpisce il giornalismo indipendente si creano le premesse per qualsiasi avventura. I sovranisti ci hanno risposto che invece era un modello in funzione anti islamica, altri che mancavamo di realismo. Adesso che esplodono le bombe tutti mischiano le carte. Il paradosso sta nel fatto che i primi a invitare alla prudenza rispetto a un escalation militare sono in Italia (e negli stessi Stati Uniti) i generali, gente che la guerra l’ha vista, combattuta, che sa dove potremmo andare a finire seguendo spinte isteriche o emotive.

E allora che fare? Si sta in campo come hanno fatto i nostri migliori inviati: dalla parte dei civili sempre e comunque. È la loro sofferenza che ci interroga e che deve guidarci. Per questo la prima richiesta da avanzare è sempre quella del cessate il fuoco. Se vuoi la pace prepara e sostieni la pace. Il resto lo lasciamo agli altri, a chi gioca a fare il dottor Stranamore dal salotto di casa, con editoriali di fuoco o da uno studio tv mentre in realtà detesta in primo luogo proprio chi è contro la guerra.

(Fonte: Sindacato dei giornalisti del Veneto, Sgv)

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