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Chiusura ‘TRENTINO’, Bert: «Si riduce il pluralismo culturale e politico».

Prima Pagina è un programma radiofonico in onda su Rai Radio 3 tutte le mattine dalle 7.15 alle 8.45, che propone la rassegna quotidiana dei giornali: trenta minuti di lettura da parte di giornalisti di diverse testate che si avvicendano al microfono in turni settimanali. Il primo a condurre il programma fu Ruggero Orlando. Dopo meno di sette mesi, nell’ottobre del 1976 – condotta nella sua prima settimana da Eugenio Scalfari – Prima Pagina si arricchisce di Filo Diretto, una novità importante: gli ascoltatori intervengono per commentare e fare domande sugli argomenti più interessanti della giornata. Nella puntata del 16 gennaio scorso condotta da Lidia Baratta, giornalista del quotidiano Linkiesta, dove si occupa soprattutto di lavoro ed economia, ha risposto ad una telefonata di Silvano Bert di Trento. Il suo intervento verteva sulla decisione di chiudere il giornale Trentino uscito per l’ultima volta nelle edicole sabato scorso con il titolo : «Addio cari lettori, domani non saremo più in edicola», un quotidiano fondato nel 1945 con il congedo del suo direttore responsabile Paolo Mantovan: «Il Trentino è stato un pezzo importante di democrazia, un luogo in cui la comunità si è misurata e costruita. Perdere una voce in un momento in cui la democrazia conosce capitoli come quello del Campidoglio a Washington, dove, graffiato sulle pareti durante l’invasione del 6 gennaio, si leggeva “murder the media” (“uccidi il giornalismo”), perdere una voce è un grave rischio per tutti».

Silvano Bert (è stato professore di letteratura italiana e storia all’Istituto Tecnico Industriale “Buonarroti” di Trento dal 1969 al 2002) ha esordito con voce mesta nel suo appassionato commento, leggendo il titolo di commiato scelto dal giornale, l’incipit di una lunga riflessione sulla chiusura del quotidiano (su decisione della società editrice proprietaria che messo in cassa integrazione a zero ore tutti i 19 giornalisti). «Un giornale storico nato come organo del comitato di liberazione nazionale (in origine si chiamava Alto Adige e dal Duemila mutuato in Trentino, ndr) che ha concluso così la sua storia. La mia solidarietà alla redazione chiusa dalla sera alla mattina – ha detto Silvano Bert (è stato un collaboratore storico del Trentino e di altre testate giornalistiche come l’Adige e QT, una figlia giornalista Chiara Bert moglie dell’attuale sindaco di Trento Franco Ianeselli, ndr), e quando chiude un giornale si riduce il pluralismo culturale politico e c’è una ragione profonda. Parlo da insegnante (la sua esperienza a scuola l’ha riportata pubblicando “L’aula e la città”, ndr) e mi rendo conto che l’analfabetismo funzionale in Italia è ancora diffuso e quindi la parola da leggere e da scrivere è più difficile della parola da vedere. Io sono stato costretto a portare i giornali in classe quando ho iniziato ad insegnare 50 anni fa nel fuoco del ‘68. Erano gli studenti che volevano il giornale in classe e io ho dovuto imparare con loro come è fatto un giornale, perché all’università avevo imparato la lingua della letteratura e non il pluralismo linguistico. Abbiamo imparato sul giornale che la lingua della cronaca non è quella del commento, la lingua di un corsivo non è quello della lettera, la distinzione tra un titolo caldo e un titolo freddo. A scuola con il giornale in mano, confrontando il Trentino, con l’altro quotidiano che è l’Adige per una provincia fortunata come è la nostra avere tre quotidiani (il terzo è il Corriere del Trentino, dorso del Corriere della Sera, ndr) in un territorio così piccolo. Io ho imparato così il pluralismo linguistico insieme ai miei studenti. Poi gradualmente la politica si è ridotta ai politici e i cittadini ridotti a spettatori passivi che assistono muti ad uno spettacolo su un palcoscenico. Non ho mai condiviso proprio la parola casta se pur inventata da prestigiosi giornalisti. »

«Con Alberto Faustini (attuale direttore dei quotidiani Alto Adige e Adige, ndr) , Paolo Mantovan (l’ex direttore del Trentino, ndr) e la stessa Chiara (la figlia giornalista, ndr), entrai in polemica, dura, nel 2011: mi rifiutai di partecipare alla raccolta di firme contro la “casta”. A me parve un cedimento all’antipolitica. Da un giornale mi aspettavo, e mi aspetto, uno sguardo critico, ma costruttivo, sulla politica. Non mi accontento dei racconti brillanti sulle mosse e le manovre dei leaders, ma una sollecitazione all’impegno collettivo. “Siamo noi la politica”- scrive Silvano Bert sul suo profilo facebook, commentando la chiusura del quotidiano-, e proseguendo nel suo intervento a Prima Pagina su Radio Rai 3 si è addentrato in un’analisi sulle cause della crisi dell’editoria e la scomparsa dei giornali quotidiani: «È difficile dire se sono i mezzi telematici e informatici che hanno cambiato la concezione della politica o se anche i giornali hanno dovuto adeguarsi, prigionieri di questo cambiamento. Le chiedo (rivolgendosi alla conduttrice Lidia Baratta, ndr) quanti articoli sono pubblicati sui giornali di oggi si concludono dove il cittadino che legge si sente impegnato a partecipare perché la politica è cosa sua. Io credo che questa sia la sfida a cui la società italiana è chiamata anche di fronte alla chiusura di un giornale di carta».

Un sentimento di profonda amarezza risuonava nelle sue parole; a dimostrazione di una coerenza e onestà intellettuale che riconosce il valore di un giornalismo in grado di trasmettere ai lettori la possibilità di suscitare uno spirito critico come poi ha commentato Lidia Baratta nel rispondere: «La ringrazio per questo suo appassionato intervento e per il risalto che da al valore del giornalismo e di farlo conoscere in classe, perché leggere solo il libro di testo è un’operazione fin troppo facile e limitante per la formazione, mentre i giornali permettono di aprire tutte le scuole verso il mondo, verso le diverse inclinazioni di pensiero e la chiusura di un giornale è sempre una grave perdita. Ai colleghi del Trentino va tutta la mia solidarietà – ha concluso la giornalista conduttrice del Filo diretto di Prima Pagina -.

Raggiunto al telefono Silvano Bert gli abbiamo chiesto di approfondire quanto detto alla Rai: «Il primo livello del mio discorso toccava il problema della riduzione di una voce (la chiusura del quotidiano Il Trentino, ndr) e del pluralismo, una perdita che paga l’intera società. Io in radio ho parlato da insegnante e di cosa è stato il giornale per me quando insegnavo. Un fondamentale strumento di formazione linguistica. Il linguaggio letterario non deve più detenere il monopolio dell’istruzione linguistica. I miei studenti quando mi incontrano mi ricordano di essere stato il loro “insegnante dei giornali”. Bisogna imparare che ci sono dei linguaggi diversi e quello del giornale è uno strumento particolarmente prezioso perché il pluralismo culturale è contenuto in sé. Vengono messe in moto forme di intelligenza diverse e il giornale è fonte di maturazione e formazione. Nella mia carriera di insegnante ho utilizzato spesso anche le puntate radiofoniche della Rai di Prima Pagina. Registravo a casa e i brani che mi interessavano di più li facevo ascoltare in classe per poi discuterne. Avevo proposto anche un progetto “Prima Pagina in cattedra” rivolto agli insegnanti nell’utilizzare le puntate di Prima Pagina che vanno in onda ogni giorno. Io ho pubblicato un editoriale che ne parla sul sito www.viandanti.org dal titolo “Cittadinanza e scuola. Pensiero di un anziano insegnante ” » – in cui scrive – “Ogni giorno. Qual è la notizia più importante per il conduttore? Io sono d’accordo o scelgo un’altra notizia? Il Coronavirus è ancora notizia? E di scuola scrivono oggi i giornali? A questi due temi i giornali dedicano uno spazio adeguato, insufficiente, eccessivo? A Filo diretto qual è la telefonata più interessante degli ascoltatori? Sul giornale nazionale che oggi leggo, la notizia di apertura, la più importante [in prima pagina, titolo in alto, a caratteri grandi] è la stessa scelta dal conduttore alla radio? Il titolo è freddo, informa sul fatto, o è caldo, prende posizione a favore o contro? Se oggi ho scelto un giornale locale (solo in Trentino sono tre, il Trentino, l’Adige, il Corriere del Trentino: lo considero positivo o negativo?)la notizia di apertura è certo diversa dal quotidiano nazionale: qual è la mia impressione?”.

Nella conversazione telefonica spiega anche che «quello che è accaduto negli ultimo decenni ha messo in crisi il monopolio dell’informazione ma il giornale da leggere, da scrivere è uno strumento di educazione formidabile con il superamento del monopolio del linguaggio letterario. Leggere sull’informazione della politica è molto più impegnativo mentre sugli altri mezzi telematici prevale un’informazione come spettacolo (la disinformazione di molti programmi televisivi basati sullo scontro tra politici ha preso il sopravvento anche nei media, ndr). Anche ai giornali della carta stampata è venuto il desiderio di scendere sul terreno dello spettacolo ma la politica siamo noi e ci dobbiamo impegnare direttamente partecipando attivamente nella società. Vedere un giornale che muore è un colpo al cuore».

Rocco Cerone segretario del Sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige scrive su Articolo 21, riguardo la chiusura: «Decisione che disattende l’impegno sottoscritto due mesi fa dall’azienda che, in concomitanza con l’annuncio della fusione per incorporazione di SETA SPA in SIE SPA del 18 novembre 2020, dichiarava che si sarebbe impegnata a presentare entro il mese di gennaio 2021, per ogni giornale del gruppo, un nuovo piano editoriale per il mantenimento dell’autonomia delle testate e per il rilancio delle stesse sul mercato e che, dall’operazione aziendale, non si sarebbero avute ricadute occupazionali eccedenti al numero degli esuberi già individuati dall’azienda nell’ultimo anno». Una pagina triste per l’informazione.

(Fonte: Articolo21)