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Articolo 21 Giornalisti minacciati

Trento e la libertà di stampa. In memoria dei giornalisti uccisi

In un’epoca in cui l’informazione viene costantemente minacciata è ancor più necessario garantire la libertà d’espressione per un pluralismo indispensabile in una società che si professi democratica e garante della libertà di stampa. Gli anni segnati dalla pandemia prima, e aggravati ora, per il conflitto bellico tra Russia e Ucraina, sono caratterizzati da una narrazione dai toni provocatori, divisivi in cui le opinioni divergenti vengono respinte senza possibilità di contraddittorio. L’Italia risulta anche retrocessa: il World Press Freedom Index di Reporters Sans Frontières (RSF) che valuta ogni anno lo stato del giornalismo in 180 Paesi, ha declassificato l’Italia dal 41esimo al 58esimo posto. La classifica ci pone appena sopra la Grecia, l’Albania, e una parte degli stati dell’ex Jugoslavia, mentre la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Estonia, Lituania, Lettonia, Moldova e Armenia ci superano come molte nazioni dell’Europa occidentale. Perfino Paesi del Sudamerica , Africa ed Asia sono in posizioni migliori della nostra. La libertà di stampa al tempo della polarizzazione evidenzia come lo stato di gravità in cui il caos dell’informazione crea le divisioni interne responsabile di alimentare le fake news che hanno raggiunto un livello record e di conseguenza alimentano la propaganda. In Italia si assiste sempre più ad un monopolio editoriale che si è venuto a creare a discapito di media indipendenti sempre più marginali e in crisi economica

D’altronde, in Italia la concentrazione editoriale nelle mani di pochi è evidente, le voci indipendenti sono sempre meno e sempre più soffocate da problemi economici. La disinformazione alimentata dai social media, favorita dallo squilibrio sempre più marcato tra stati, in cui i media si possono esprimere senza censure e regimi dove il controllo dei canali di comunicazione limita ogni pensiero divergente e vengono utilizzati come strumento di accusa e propaganda rivolta verso i paesi più democratici. Reporters Sans Frontières classifica anche l’Ucraina che si pone al 106 esimo posto mentre la Russia è al 155 esimo, questo prima che iniziasse il conflitto e la propaganda era iniziata ben prima. Di questa immane tragedia se ne è parlato anche a Trento lo scorso 2 maggio dove è stata celebrata la Giornata nazionale sulla libertà di stampa a cui hanno partecipato il presidente della Federazione nazionale della stampa, Giuseppe Giulietti, il presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, Carlo Bartoli, la presidente dell’Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Elisabeth Lissi Mair, il segretario del Sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige, Rocco Cerone, Nicole Corritore e Paola Rosà dell’Osservatorio Balcani Caucaso,  Diana Benedetti presidente di Assostampa Bolzano, Paolo Silvestri del comitato di redazione del giornale Trentino, chiuso nel 2021, ospiti del sindaco di Trento, Franco Ianeselli, a Palazzo Geremia.

Il capoluogo del Trentino Alto Adige per il terzo anno consecutivo è stato scelto per manifestare l’impegno a difesa della libertà di espressione. «In Russia i cronisti vengono condannati a quindici anni di carcere se scrivono la parola guerra. Così come accade in Bielorussia dove la legge che limita la libertà di stampa è basata sul modello di quella Turchia e dell’Egitto che prevede il carcere a chi si è solo permesso di criticare il governo contestando il reato di attentato contro la sicurezza nazionale. Siamo qui a Trento – ha spiegato Giulietti- per commemorare tutti i giornalisti che hanno perso la vita in Ucraina, ma ricordare anche di quelli siriani o i colleghi bloccati in Pakistan a cui è vietato l’accesso in Afghanistan e in questo Paese i cronisti che hanno collaborato con le testate estere, sono a rischio della loro vita. Solo noi della FNSI e Articolo 21 abbiamo deciso di andare a manifestare davanti all’Ambasciata Russa anche se non ci è stato permesso spostandoci alla Biblioteca Nazionale. Le minacce ai cronisti sono aumentate del 41 %e a dirlo è il Consiglio d’Europa che ha monitorato sulla sua piattaforma le segnalazioni provenienti da tutti i paesi. Si è venuta a creare una sovrapposizione tra squadristi e novax con continue aggressioni in rete e fuori rete, specie nei confronti delle croniste donne con un linguaggio sessista. Anche in Italia le minacce nel 2021 hanno raggiunto il 41 %, in questo siamo in linea con il resto d’Europa. Rileviamo poi come incida sulla libertà di stampa il problema irrisolto dell’equo compenso per il lavoro giornalistico e quello delle querele bavaglio.

Abbiamo 20 giornalisti sotto scorta, l’ultimo a cui è stata data protezione dal Ministero degli Interni è Sigfrido Ranucci di Report. Ad Arzano in provincia di Napoli i cronisti devono essere scortati e lavorano per 500/600 euro al mese. Questo significa destabilizzare la vita quotidiana di questi colleghi. Mi chiedo se la Costituzione è stata sospesa sulla rete? Abbiamo Paolo Berizzi unico cronista scortato per le minacce nazifasciste che riceve, quando, al contrario, i cronisti possono circolare liberamente. Abbiamo anche sollecitato la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Mesola affinché intervenga in difesa dei cronisti minacciati dalle querele bavaglio». Sul sito della Commissione Europea alla voce “Azione dell’Unione Europea contro l’abuso dl contenzioso nei confronti di giornalisti e difensori dei diritti umani” viene spiegato cosa sono le SLAPP: “una forma recente ma sempre più diffusa di interferenza nel dibattito pubblico dell’UE. Esse sono una vera e propria minaccia al pluralismo del dibattito pubblico, in quanto possono indurre chi ne è vittima ad autocensurarsi. Possono inoltre avere un effetto deterrente su altri bersagli potenziali, spingendoli a non far valere il loro diritto di indagare e a non riferire su questioni di interesse pubblico.

A causa della loro funzione pubblica di controllo, i giornalisti e i difensori dei diritti sono particolarmente esposti a questo tipo di azioni”. Giuseppe Giulietti ha poi proseguito spiegando che è stata presentata una mozione del Parlamento Europea al fine di far intervenire la Commissione Europea per il contrasto delle querele bavaglio con una iniziativa europea: «Il nostro intento è quello di organizzare la prima manifestazione in cui far partecipare i Consigli dell’Ordine dei giornalisti insieme al Sindacato alla presenza di tutti i colleghi scartati e minacciati» – ha concluso così il suo intervento Giuseppe Giulietti. Rocco Cerone intervenendo alla Consulta che ha preceduto il flash mob con l’esposizione dei nomi dei giornalisti uccisi sul fronte di guerra in Ucraina e dei colleghi arrestati in Bielorussia, ha sottolineato come sia «molto fertile l’humus giornalistico etico sindacale del Trentino Alto Adige, un laboratorio molto attivo in cui la tutela delle donne è declinato a 360 gradi. Un vero problema culturale in una società maschilista in cui il femminicidio è sempre più un’emergenza sociale che si estende sempre più anche nel mondo giornalistico».

Patrick Rina vicesegretario del Sindacato del Trentino Alto Adige ha voluto sottolineare con poche parole concise il valore della manifestazione indetta a Trento che anticipava quella del 3 maggio a Roma paragonata ad una «missione di cultura, valore e bellezza ma l’attività giornalistica in trincea va oltre le celebrazioni e l’incenso delle manifestazioni, possedendo una grande forza umana e intellettuale. La giornata è poi proseguita prima all’interno del cortile di Palazzo Geremia dove sono stati esposti i nomi di una ventina di giornalisti uccisi mentre svolgevano il loro lavoro di informare dalle zone di guerra in Ucraina e un elenco di giornalisti attualmente detenuti in Bielorussia. Un cerchio in cui i loro nomi sono stati stampati su locandine e alzati dalle mani di tutti i presenti, tra i quali c’era anche una delegazione di Amnesty International e la famiglia di Antonio Megalizzi.

Tra le vittime cadute sul fronte ucraino figurano i giornalisti Dealerbek Shakirov,Yevhen Sakun, Victor Dedov, Maksym Levin, Brent Renaud, Pierre Zakrzewsky, Oleksandra Kurshinova Oksana Baulina, Victor Dudar, Yuriy Oliynyk, Ruslan Orudzhev, Brent Renaud, Serhiy Zayikovsky, Denys Kotenko. Dealerbek Shakirov, Yevheniy Sakun, Sergey Pushchenko, Zoreslav Zamojskij,
Roman Nezhyborets, Viktor Dudar, Pavlo Lee, 33 anni,Viktor Didov, Brent Anthony Renaud,
Pierre Zakrzewski, Oleksandra “Sasha” Kuvshynova, Oleg Yakunin, Yuriy Oliynyk, Oksana Baulina, Serhiy Zayikovsky, Denys Kotenko, Maxim Levin, Mantas Kvedaravicius, Yevhen Bal, Oleksandr Lytkin, Lilia Humyanova, Alexander Kuvshinov.

La parte conclusiva si è svolta nella sala di rappresentanza con la moderazione di Silvia Fabbi e con gli interventi di Carlo Bartoli che ha ricordato rispetto al tema della libertà di stampa come «nonostante le sentenze della Corte europea nel nostro Paese stiamo ancora aspettando che si abolisca il carcere per giornalisti, che si ponga un argine alle querele bavaglio e si garantisca la tutela delle fonti». La presidente dell’Ordine dei giornalisti del trentino Alto Adige, Elisabeth Meir, ha sollevato del problema del precariato e della mancanza di una giusta retribuzione per i professionisti. Erano presenti anche i segretari generali di Cgil e Cisl del Trentino. Al dibattito è stata invitata anche Yuliya Lenko che è nata e cresciuta in Ucraina, risiede a Trento da 12 anni che la promotrice dell’iniziativa che Comune di Trento ed Euro&Promos, società multiservizi che opera a livello nazionale anche nel comparto cultura e che gestisce la biblioteca comunale della città, per i profughi ucraini e la Cultura come forma di accoglienza. All’interno del polo bibliotecario i profughi in fuga dall’Ucraina, oltre a una voce amica, possono trovare una vasta scelta di libri per adulti e bambini in lingua ucraina.

«Non potevo stare con le mani in mano visto quanto sta accadendo alla popolazione del mio paese e abbiamo deciso di dare il nostro supporto con questa iniziativa. L’accoglienza e l’integrazione passano anche dalla cultura – ha spiegato Yuliva Lenko – e abbiamo organizzato anche una serie di letture a voce alta in ucraino di favole e storie. Un piccolo grande gesto di solidarietà e umanità che al contempo si rivela un modo per approfondire il valore e la bellezza di una cultura mai così vicina come oggi al comune sentire. Vedo purtroppo negli occhi dei miei connazionali la paura e l’incredulità per quello che sta accadendo. Vogliamo dare loro una mano e gli appuntamenti in libreria ci auguriamo possano essere un momento di sollievo. Siamo diventati un punto di riferimento, in pochi giorni sono passate decine di persone che arrivano dalle città colpite dai bombardamenti. Solo sentir parlare la propria lingua rappresenta un sostegno psicologico e morale.

Per questo la biblioteca si è trovata ad affrontare l’emergenza della guerra e il massiccio arrivo a Trento di famiglie ucraine con una collezione già piuttosto ricca di testi per adulti e bambini, provvedendo anche ad acquistare rapidamente nuovi titoli, per aumentarne così la dotazione, oltre ai circa 300 libri al momento già disponibili». La conclusione è stata affidata a Ekaterina Ziuziuk dell’Associazione Bielorussi in Italia Supolka e presidente regionale di Articolo21 che ha eseguito una toccante canzone di pace ricordando anche il caso di tre giornalisti bielorussi in carcere: Dzianis Ivashyn, Katsiaryna Andreeva e Aksana Kolb. «La fonte da cui abbiamo queste informazioni è Viasna, considerata la Bibbia delle repressioni politiche in Bielorussia, affidabile e certificata»  All’Osservatorio Balcani Caucaso e ai genitori di Antonio Megalizzi sono state assegnate le targhe di Articolo 21 con la tessera onoraria dell’Associazione nell’ambito della ricorrenza per i vent’anni della sua nascita.

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Articolo 21 Formazione

Raccontare la Verità : come informare promuovendo una società inclusiva

PADOVA – Un corso organico e inedito, diverso dagli altri” è scritto nella presentazione della seconda edizione del Corso di Alta Formazione: “ “Raccontare la Verità. Come informare promuovendo una società inclusiva” promosso in un momento storico drammatico dove l’informazione deve occuparsi di pandemia e guerra in Ucraina. Il corso è organizzato dall’Università di Padova, Federazione nazionale della stampa italiana, Sindacato giornalisti Veneto, Sindacato giornalisti Trentino Alto Adige e Articolo 21, che segue la prima edizione conclusa il 13 novembre 2021 con la presentazione delle tesi discusse in seduta plenaria a Palazzo Bo, sede del rettorato dell’Università . Il corso diretto da Laura Nota e ha visto anche la presenza di Salvatore Soresi, professori ordinari presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’Università degli Studi di Padova. Nato dall’alleanza fra il mondo della ricerca e il mondo dell’informazione sancita dal Protocollo sottoscritto dal rettore dell’Ateneo Rosario Rizzuto e dal segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso nell’ottobre 2019.

L’adesione dell’Ordine nazionale e del Veneto dei giornalisti, del Centro di ateneo per i diritti umani Papisca, del Dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata e del Laboratorio di ricerca e intervento per l’orientamento alle scelte (Fisppa e Larios) dell’Università di Padova (Fisppa), del Forum diseguaglianze e diversità, della Società italiana per l’orientamento (Sio), della Rete delle università per lo sviluppo sostenibile (Rus), della Fondazione Nervo Pasini di Padova.

Chi scrive ha frequentato la prima edizione e può confermare la validità scientifica per la proposta didattica-formativa offerta, utile a chi svolge la professione di giornalista ma non solo: alla nuova edizione del corso si possono iscrivere anche chi svolge a vario titolo ruoli all’interno dell’ecosistema della comunicazione in generale e che abbia conseguito il diploma di scuola media superiore. Nel corso delle lezioni che ho seguito è stato possibile assistere a relazioni proposte da docenti universitari, esperti nel campo della comunicazione, della comunicazione, da giornalisti, i quali hanno contribuito a infondere una conoscenza multidisciplinare di ampie vedute, con l’ottica di promuovere una cultura dell’informazione garante di un’obiettività che sappia contrastare ogni forma di falsificazione delle notizie: ovvero le famigerate fake news. Gli argomenti seguivano un percorso tematico in grado di mantenere alta l’attenzione grazie anche alla possibilità di porre delle domande al termine delle lezioni a carattere interattivo. Si è parlato di sistema dell’informazione e della comunicazione attuale e il divario sempre più crescente fra la realtà e la sua narrazione. Di particolare rilevanza è stata la discussione sugli effetti della disintermediazione e il pensiero critico come strumento per difendersi dal pregiudizio, la pericolosità della sempre più crescente cultura dell’odio sui social, una vera e propria dittatura dove si alimentano le discriminazioni che si ripercuotono tra chi non ha gli strumenti adatti per discriminare il reale dal falso.

Cerimonia di premiazione Articolo21 a Laura Nota e Salvatore Soresi Palazzo Bo Padova (nella foto da sinistra: Laura Nota, la rettrice UniPd Daniela Mapelli, Mariangela Gritta Grainer presidente Articolo21 Veneto, il professor Salvatore Soresi e Giuseppe Giulietti presidente Fnsi)

Ampio spazio è stato riservato nel fornire informazioni utili per costruire contesti inclusivi e sostenibili incentrati sui diritti umani e saper individuare le diverse forme di manipolazione e come possano essere evitate. L’utilizzo di linguaggi inclusivi e il ruolo del giornalista che deve rispondere a precisi ruoli “educativi” nel contesto di un attivismo sociale. Di particolare interesse sono stati gli interventi di giornalisti esperti nel settore delle inchieste come Sigfrido Ranucci autore e conduttore di Report, l’emergenza dettata dalle querele bavaglio per impedire una libera informazione rivendicata come obiettivo primario nell’esercizio della professione e difesa dalla Federazione nazionale della stampa il cui presidente è Giuseppe Giulietti, tra i relatori del corso che anche nella nuova edizione in programma da maggio sarà presente.

Tutti i corsisti al termine delle lezioni hanno potuto presentare le tesi che vertevano su argomenti in grado di trattare tematiche di inclusione sociale: dallo sport al teatro in carcere, infodemia e pandemia, il fenomeno dei rider., l’educazione digitale, etica e informazione. Il corso dell’anno accademico conta dieci lezioni on line, ogni 15 giorni, il sabato dalle 9 alle 13, e in alcuni casi il venerdì dalle 14.30 alle 18.30 al termine delle quali verrà rilasciato un Diploma universitario. A tenere le lezioni saranno coloro che studiano l’informazione e coloro che l’informazione la fanno, vale a dire docenti universitari di facoltà umanistiche e scientifiche e giornalisti esperti, i quali interagiscono fra loro e con i corsisti.

Abstract tesine partecipanti corso 2021 – sindacato giornalisti veneto


Foto di gruppo dei corsisti prima edizione Corso di Alta Formazione Raccontare la Verità. Come informare promuovendo una società inclusiva

La seconda edizione del Corso di Alta Formazione “Raccontare la Verità. Come informare promuovendo una società inclusiva

Il progetto di collaborazione strutturata fra Ateneo patavino e Fnsi ha lo scopo di organizzare delle iniziative finalizzate all’inclusione quale sinonimo di comprensione, confronto interdisciplinare, dialettica con la tecnologia, presa di coscienza della necessità di combattere la narrazione ostile, il linguaggio d’odio, la gestione dei social nel loro essere opportunità e veicolo di manipolazioni collettive e di disinformazione. Prima la pandemia sanitaria, ora la guerra in Ucraina: due fronti che seppur diversi hanno messo e stanno mettendo sul tavolo degli imputati sia chi fa informazione sia chi fruisce l’informazione, ovvero la loro capacità critica nel riconoscere la propaganda e le fabbriche del farlo, ma anche di leggere oltre al testo il contesto. Il corso di alta formazione si inserisce in quello che è stato definito “Laboratorio Padova”, a sottolinearne l’originalità di un’esperienza che sta facendo scuola.

L’inaugurazione è in programma Giovedì 5 maggio 2022 alla presenza della rettrice dell’Università di Padova, Daniela Mapelli, del presidente e il segretario generale della Federazione nazionale italiana stampa, Giuseppe Giulietti e Raffaele Lorusso, del presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Bartoli, il presidente di Articolo21, Paolo Borrometi, la direttrice del corso professoressa Laura Nota. Seguirà la Lectio magistralis dell’economista francese Julia Cagè.

Nella lezione di Sabato 14 maggio si parlerà di “Ecosistema complesso e frammentato della comunicazione, anticorpi di verità e pensiero critico” con le relazioni di Monica Andolfatto, Laura Nota, Roberto Reale. Sabato 28 maggio un focus su “L’industria editoriale e gli over the top, l’informazione professionale contro il sensazionalismo, la disintermediazione, la manipolazione” dove interverranno Antonio Nicita, Paolo Pagliaro, Mirco Tonin, quest’ultimo professore alla LUB di Bolzano che sigla la collaborazione tra i due atenei.
Sabato 11 giugno: “Inclusione e diritti umani per favorire una “innovazione sociale”: contro discriminazioni e pregiudizi con le lezioni di Giampiero Griffo, Stefania Mannarini, Marco Mascia
Venerdì 24 giugno: “Il falso mito della libertà della Rete: i media veicolo di discriminazioni e disuguaglianze, passato e presente” che vede la presenza di Paola Barretta, Elisabetta Camussi, Igiaba Scego. Sabato 9 luglio:“Dal linguaggio d’odio al linguaggio inclusivo e validità e attendibilità dei processi di raccolta delle informazioni”, docenti: Enrico Ferri, Ilaria Di Maggio, Maria Cristina Ginevra, Laura Nota, Sara Santilli, Salvatore Soresi. Sabato 3 settembre: “Informazione sotto attacco: il giornalismo di inchiesta sociale tra minacce, intimidazioni, querele bavaglio. Intervengono Floriana Bulfon, Stefano Lamorgese, Elisa Marincola, Sigfrido Ranucci,
Sabato 17 settembre: “Riconoscere le fabbriche del falso e della propagand: fact checking, intelligenza artificiale e accessibilità”: lezione con Ombretta Gaggi, Walter Quattrociocchi, Fabiana Zollo. Venerdì 30 settembre: “La libertà di informazione: diritti, doveri, tutele tra Carte e mercato del lavoro. Proposte di percorsi possibili”, docenti: Marina Castellaneta, Tommaso Daquanno, Alberto Piccinini, Giancarlo Tartaglia. Ottobre/novembre data da definire. Discussione elaborato finale.

raccontare la verità – corso alta formazione università di padova – sindacato giornalisti veneto

Il corso di alta formazione “Alfabetizzazione digitale a scuola: Promuovere la passione per la verità e l’inclusione”

L’Università di Padova propone anche Il corso di alta formazione “Alfabetizzazione digitale a scuola: Promuovere la passione per la verità e l’inclusione” organizzato nell’ambito delle iniziative promosse dall’Ateneo di Padova per la costruzione di contesti inclusivi in collaborazione con l’Istituto comprensivo n. 2 Bassano del Grappa, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il Sindacato Giornalisti Veneto, l’Associazione Articolo 21, il Centro di Ateneo Diritti Umani “Antonio Papisca” e il Laboratorio Larios dell’Università di Padova, la Società Italiana Orientamento, e con il patrocinio della RUS Rete delle Università Italiane per lo Sviluppo Sostenibile, Forum Disuguaglianze e Diversità e l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis).Il corso è rivolto ad insegnanti, educatori/educatrici e personale scolastico di ogni ordine e grado interessanti alle tematiche dell’inclusione nell’età evolutiva e si propone di stimolare negli stessi un pensiero critico in grado di esaminare i fenomeni complessi che compongono l’eco-sistema della digitalizzazione, a sua volta inserito in un macrocosmo socio-politico-economico-culturale, che può favorire disuguaglianze e la diffusione di visioni distorte della realtà, relazioni improntate ad aggressività, cinismo e sfruttamento, con il conseguente aumento delle vulnerabilità. I partecipanti e le partecipanti saranno dunque stimolati e stimolate a riflettere sulle difficoltà che il contesto socio-politico-economico-culturale può comportare nel corso dell’età evolutiva, e a riconoscere stereotipi, pregiudizi, manipolazioni, fake news, linguaggi offensivi e di violenza diffusi in rete.

Il corso si prefigge, altresì di favorire nei partecipanti e nelle partecipanti la capacità di individuare traiettorie inclusive, sostenibili e incentrate sulla giustizia sociale, in accordo con l’obiettivo 4 (Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti e tutte) e l’obiettivo 10 (Ridurre le disuguaglianze tra i paesi e all’interno degli stessi) dell’Agenda 2030, da contrapporre a processi di esclusione e degrado delle relazioni nei contesti scolastici e di avviare laboratori di promozione di abilità sociali inclusive e tese alla giustizia sociale nei contesti scolastici. I partecipanti e le partecipanti saranno dunque stimolati e stimolate ad agire nelle loro attività professionali facendo riferimento ad approcci inclusivi e sostenibili; a ricorrere a metodologie e procedure qualitative e quantitative di valutazione dell’inclusività dei contesti scolastici; a progettare, implementare e verificare l’efficacia di interventi a vantaggio dell’inclusione scolastica

La cerimonia di apertura del Corso si terrà il giorno 5 maggio 2022. Le 60 ore formative saranno realizzate il giovedì o il venerdì pomeriggio ogni 15 giorni, fra maggio e ottobre 2022.

Alfabetizzazione digitale a scuola | Università di Padova (unipd.it)

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Articolo 21 Formazione SINDACATO

“Raccontare la Verità” : si conclude il Corso di Alta Formazione UniPD

Si è concluso nelle aule di Palazzo Bo dell’Università di Padova il Corso di Alta Formazione “Raccontare la Verità Come informare promuovendo una società inclusiva”, organizzato dal Dipartimento di Filosofia, Sociologia, pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA) insieme all’Università Inclusiva, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Sindacato dei giornalisti del Veneto, Articolo 21, e in collaborazione con il Sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige, alla presenza di Laura Nota e Salvatore Soresi, professori ordinari presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’Università degli Studi di Padova, dove insegna Progettazione professionale e career counseling e Counseling psicologico per l`inclusione sociale delle disabilità e del disagio sociale La professoressa Nota è anche la coordinatrice del corso. Con loro Monica Andolfatto segretaria del Sindacato giornalisti del Veneto ed Enrico Ferri del Comitato coordinatori del corso. Roberto Reale, giornalista e docente al corso, (è stato caporedattore Rai del Veneto, vicedirettore della Testata Giornalistica Regionale del Tg3 e di Rainews 24), Carlo Verdelli giornalista ex direttore di Repubblica ora firma del Corriere della Sera.

Ad aprire il dibattito è intervenuto Giuseppe Giulietti presidente della Federazione Nazionale della Stampa che ha spiegato le finalità del corso che ha visto la presenza di quaranta corsisti che hanno discusso le tesi finali in cui sono stati affrontate diverse tematiche inerenti al concetto di inclusione sociale. «Un’iniziativa originale nel panorama nazionale, intelligente perché anticipa il futuro ed è un segno distintivo del sindacato giornalisti che io auspico – ha spiegato Giuseppe Giulietti – si possa ripetere , perché siamo convinti di questo esperimento andato a buon fine L’Università di Padova e i giornalisti insieme hanno dimostrato quanto sia un’idea stolta pensare che meno sanno meglio è, quando ti senti dire che il cronista non deve scrivere libri ma basta il talento e sei hai fiuto ci arrivi. Ora bisogna estendere questo modello di formazione a tutte le associazioni regionali di stampa. Il corso ha dimostrato due caratteristiche fondamentali: la profondità e la velocità. Penso anche agli articoli 3 e 21 della Costituzione che garantisce la libertà di manifestare il proprio pensiero, il diritto di informare e di essere informati.

È sancito anche il diritto di satira oltre a quello di cronaca, ma più sarai esposto nel tuo lavoro e meno vieni tutelato. L’articolo 3 è rivolto all’abbattimento delle barriere che ostacolano l’informazione per poter usare le parole come strumento di conoscenza. Qui a Padova si è fatto un lavoro importante per l’investimento del pensiero critico in grado di costruire il futuro e legittimato il ruolo del giornalista. Se si parla di libertà di informazione è un mio diritto raccontare e lo stesso vale per il cittadino di essere informato, altrimenti non è presente l’ordinamento democratico. Purtroppo ci sono delle leggi che hanno soppresso il pluralismo dell’informazione. Non a caso il titolo del corso parla di verità in cui è stato fatto un lavoro di approssimazione alla ricerca delle verità per contrastare la falsificazione dell’informazione e il disvelamento della falsificazione.

L’embrione di colui che vigila sulla falsificazione, l’operatore della transizione. Va fatto un rafforzamento del corso di specializzazione che ha dimostrato – ha concluso Giulietti – elementi di rigore, studio, rispetto della parola, condiviso anche sul piano della transizione e a memoria della costruzione del futuro». Salvatore Soresi si è soffermato sull’importanza del dialogo come inizio del processo di costruzione del pensiero attraverso le attività laboratoriali: «l’indignazione e il coraggio nel dare e il fare notizia, di dire e riferire. L’uso di sostantivi, azioni diverse, verbi, atti al riferire e divulgare per vincere assieme». La prima parte della giornata si è conclusa con l’intervento di Carlo Verdelli che ha parlato della sua esperienza di giornalista minacciato di morte a tal punto da dover essere scortato. La sua è stata una testimonianza che deve far riflettere sullo stato dell’informazione. Autore di Acido. Cronache italiane anche brutali (Feltrinelli Editore). Una ricostruzione dettagliata, tagliente e lucida dell’Italia e delle sue contraddizioni in cui si raccontano vicende di cronaca nera specchio di una società malata e in grave crisi di identità.

Nel pomeriggio le due commissioni composte da Monica Andolfatto e Laura Nota e da Roberto Reale ed Enrico Ferri hanno ascoltato in sessioni parallele le discussioni finali dei lavori presentati dai corsisti. Le relazioni vertevano sul tema delle fake news, infodemia, disinformazione, complessità, alfabeto digitale, stigma, libertà di espressione, giustizia, democrazia, informazione, etica, giornalismo, eterogeneità espressive e attenzione all’inclusività, pensiero critico, pregiudizi e migrazione. Argomenti analizzati da parte di chi svolge la professione di giornalista ma con una particolare attenzione e sensibilità che solo lo studio condotto attraverso il corso di ala formazione, ha permesso di sviluppare e approfondire. Come raccontare la morte dei profughi, la disabilità nelle discipline sportive, l’emarginazione, la condizione dei detenuti in carcere, l’informazione in epoca di Covid-19. Un lascito importante a testimonianza di un percorso iniziato nel mese di marzo e terminato con la possibilità di un confronto dialettico dove il pluralismo delle opinioni è una condizione indispensabile per garantire un’informazione adeguata ai tempi in cui viviamo. La chiusura è stata affidata a Roberto Reale che ha saputo sintetizzare con estrema sintesi tutte le riflessioni offerte dai corsisti e un saluto finale da parte di Rocco Cerone segretario del Sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige, il quale ha auspicato un proseguo del corso anche in futuro.

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Formazione

Raccontare la verità: Giulietti, Verdelli e Soresi protagonisti della giornata conclusiva

In Alta formazione by SGV Redazione8 Novembre 2021

Un percorso impegnativo ed entusiasmante che sabato 13 novembre, vivrà il primo meritato traguardo per quanti hanno partecipato al debutto del Corso di alta formazione “Raccontare la verità, come informare promuovendo una società inclusiva”. Si tratta del laboratorio pilota in Italia contro le fake news, intese come manipolazione della realtà finalizzata ad alimentare con la falsa informazione, le disuguaglianze, il linguaggio d’odio, il razzismo, la polarizzazione sempre più violenta che mette a rischio le basi democratiche fondate nella Costituzione.

Un laboratorio multidisciplinare, che ha sancito un’alleanza attiva fra il mondo del sapere e il mondo del giornalismo, organizzato dall’Università di Padova con la Federazione nazionale stampa italiana, il Sindacato giornalisti Veneto, Articolo 21 e con il sostegno del Sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige e dell’Ordine dei giornalisti del Veneto.

La giornata conclusiva, introdotta dal presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, si terrà a Palazzo Bo, sede dell’Ateneo patavino nella città del Santo, dalle 9 fino alle 18, per dare voce ai circa cinquanta partecipanti i quali presenteranno gli elaborati finali redatti al termine del ciclo di studi cominciato lo scorso aprile.

Sono innanzitutto loro che hanno creduto nel progetto, coordinato dalla professoressa Laura Nota, allora delegata dal Rettore all’inclusione e da Monica Andolfatto, segretaria regionale Sgv, contribuendo alla sua realizzazione insieme agli stessi docenti che hanno accettato la sfida con lezioni appassionate e qualificate.

Protagonisti della parte iniziale della mattinata saranno, alle 9.30, il professor Salvatore Soresi che dialogherà con Nota su “L’indignazione e il coraggio di dire e riferire” e alle 10.15 il giornalista Carlo Verdelli che dialogherà con Roberto Reale su “Dalla Galassia Gutenberg alla galassia Zuckerberg, dove tutti parlano e nessuno ascolta”.

Sarà l’occasione per spunti di riflessione preziosi nel cercare di tradurre la complessità dell’ecosistema comunicativo in cui siamo immersi e nell’affinare quel pensiero critico che sta al centro del corso e che presuppone cura e accuratezza nell’agire professionale e non solo.

Un grazie sentito va al comitato coordinatore formato oltre che da Nota, Reale e Andolfatto anche da Enrico Ferri, e all’ex Rettore Rosario Rizzuto che ha tenuto a battesimo, siglando convintamente il protocollo con la Fnsi, un’esperienza agli albori che ha avuto compagni di viaggio i seguenti docenti: Fabrizio Barca, Paola Barretta, Ilaria Di Maggio, Tiziana Ferrario, Enrico Ferri, Ombretta Gaggi, Maria Cristina Ginevra, Giuseppe Giulietti, Giampiero Griffo, Stefano Lamorgese, Raffaele Lorusso, Stefania Mannarini, Elisa Marincola, Marco Mascia, Vincenzo Milanesi, Roberto Natale, Antonio Nicita, Laura Nota, Maurizio Paglialunga, Paolo Pagliaro, Walter Quattrociocchi, Sigfrido Ranucci, Roberto Reale, Paola Rosà, Sara Santilli, Salvatore Soresi, Giancarlo Tartaglia, Mirco Tonin, Fabiana Zollo.

Per chi volesse seguire i lavori on line basta prenotarsi su info@sindacatogiornalistiveneto.it.

Raccontare la verità: Giulietti, Verdelli e Soresi protagonisti della giornata conclusiva – sindacato giornalisti veneto

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Il Festival del giornalismo Leali delle Notizie dedicato a Cristina Visintini

Il Festival del Giornalismo di Leali delle Notizie di Ronchi dei Legionari si conferma ancora una volta una delle manifestazioni più qualificate a carattere giornalistico-informativo e culturale capace di catalizzare l’opinione pubblica su argomenti di stringente attualità. Il corposo programma prevedeva 130 ospiti nazionali e internazionali, 43 incontri, 23 panel di discussione, 2 mostre, una masterclass, 2 letture sceniche e 14 presentazioni letterarie nell’arco di dieci giorni (anche in altre città del Friuli) e per cinque di questi a Ronchi dei Legionari dove sono intervenuti giornalisti di tutte le testate: a dimostrazione di come sia indispensabile dare voce a tutti gli orientamenti, senza distinzioni di sorta. Dedicato a Cristina Visintini scomparsa di recente, sul palco del palatenda si sono avvicendati Giancarlo Tartaglia già direttore della Federazione nazionale della stampa italiana e segretario generale della Fondazione sul Giornalismo “Paolo Murialdi”, Mariano Giustino giornalista e corrispondente di Radio Radicale, (in collegamento) Lucia Goracci inviata Rai e corrispondente della sede Rai di Instanbul, Dario Fabbri giornalista e analista, consigliere scientifico e coordinatore America di Limes, Peppe dell’Acqua psichiatra, Gennaro Sangiuliano direttore del Tg2 della Rai, Barbara Schiavulli direttrice di Radio Bullets e corrispondente di guerra, Sandro Ruotolo giornalista e senatore, Fabiana Pacella, giornalista e portavoce di Articolo21 della Puglia, Fabiana Martini giornalista e portavoce di Articolo21 Friuli Venezia Giulia, Luciana Borsatti giornalista e già corrispondente Ansa dal Cairo e da Teheran.

A siglare la settima edizione del Festival che gode dell’alto patrocinio del Parlamento Europeo e del Ministero della Cultura, oltre a quello del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, è intervenuto anche Giuseppe Giulietti presidente della Federazione nazionale della stampa per testimoniare l’affetto, la stima e la riconoscenza del lavoro svolto di Cristina Visintini, scomparsa di recente, vicepresidente di Leali delle Notizie, indimenticabile promotrice e instancabile attivista per la libertà di stampa e di pensiero. La sua assenza non poteva non essere notata e il tributo a lei assegnato durante il discorso di Giulietti ne è stata la prova.

Giuseppe Giulietti e Luca Perrino (crediti foto Barbara Trivani) 

Una commozione palpabile tra tutti i presenti e in particolare quella del padre Amerigo Visintini e del compagno di Cristina, Sergio Pisaniello. Le parole di Giulietti, semplici, dirette e mirate al lavoro prezioso, sensibile e appassionato di una collega che ha affiancato per tanti anni il presidente dell’associazione promotrice del Festival, Luca Perrino, hanno colto lo spirito che la animava , la cui sorte infausta è stata un duro colpo per tutta la città . Cristina creava con le sue mani le panchine della libertà di stampa e pensiero collocate a Ronchi dei Legionari, al ghetto di Roma, a Sant’Anna di Stazzema, simboli di un’ideale etico che verrà perseguito e il prossimo 23 ottobre si svolgerà un’iniziativa proprio a Ronchi in sua memoria dove le sarà dedicata una creata appositamente per lei.

La testimonianza del valore di questa iniziativa nasce dalla volontà di Luca Perrino e Cristina Visintini che da sette anni propone un festival del giornalismo capace di portare a Ronchi personalità della cultura e giornalisti che si distinguono per l’impegno etico nel militare nelle file di una professione rivolta a contrastare ogni forma di illegalità, discriminazione, e manifestazioni d’odio. Un giornalismo che si basa sull’accertamento della verità e delle notizie contrastando ogni forma di falsificazione e manipolazione. Per cinque giorni è stato un susseguirsi di incontri e dibattiti dove lo scambio delle idee è avvenuto tramite un confronto serrato tra i protagonisti accolti sul palco creato all’interno di una tensostruttura bianca: un’agorà vivace dove il pensiero intellettuale si è potuto manifestare in tutta la sua drammaticità per i contenuti stessi del programma. L’evento più importante che ha concluso sabato 11 settembre la settima edizione, è sicuramente la cerimonia di consegna del premio della quarta edizione del Premio Leali delle Notizie, in memoria di Daphne Caruana Galizia, assegnato a Paolo Berizzi giornalista di Repubblica, alla presenza di Corinne Vella sorella di Daphne Carauna Galizia. Berizzi segue da vent’anni come cronista l’evoluzione di attività e manifestazioni neofasciste, e a causa del suo impegno vive sotto scorta dal 2019, unico giornalista Europeo sotto scorta per le minacce e atti intimidatori ricevute. La consegna del premio (opera  realizzata dall’artista Fabio Rinaldi) è stata l’occasione per affrontare il tema della mafia ai tempi della pandemia e quali sono stati gli effetti che ne sono conseguiti a favore delle organizzazioni criminali.

Sono intervenuti (oltre a Paolo Berizzi e Sandro Ruotolo) Lirio Abbate giornalista, saggista e vicedirettore de L’Espresso, (uno dei 24 giornalisti scortati), Floriana Buffon giornalista di Repubblica e L’Espresso, Dina Lauricella di Rai 3 e Salvo Palazzolo di Repubblica. Il dibattito è stato moderato da Cristiano Degano presidente dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. Al Festival si è parlato anche di giornalismo e precariato con Luciana Borsatti, Fabiana Martini, Fabiana Pacella, Barbara Schiavulli (in partenza per Kabul) e la moderazione del portavoce di Articolo21 Trentino Alto Adige, Roberto Rinaldi. Le relatrici del dibattito hanno potuto raccontare le loro esperienze personali e professionali segnate da una carriera che le ha viste sempre in condizioni di provvisorietà e retribuzioni non corrispondenti all’impegno profuso. Cosa impedisce una riforma e un’approvazione di una legge organica che sani la crisi del giornalismo in cui il lavoro precario è una componente mai sanata? La domanda non è scontata: esiste una legge organica già stata votata dal Parlamento nel 2012 sull’equo compenso per i giornalisti. Per essere applicata deve però essere presa in carico dalla Commissione Equo compenso e convocata dal sottosegretario all’editoria (ora è Moles nel governo di Mario Draghi) . La Federazione nazionale della stampa ha presentato una sua proposta nella quale si auspica di fissare un limite oltre al quale le singole collaborazioni individuali con un singolo editore non possono essere considerate lavoro autonomo. In questo caso il giornalista diventa un dipendente a tutti gli effetti. Diversamente da collaborazioni saltuarie. Ci sono precari retribuiti con pochi euro ad articoli che a volte pubblicano anche gratuitamente

da www.articolo21.org

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Verità e Giustizia per Giulio Regeni: 17 marzo ore 18.30

La città di Bolzano, il Centro per la Pace, il Comitato locale e nazionale di Amnesty International e la famiglia Regeni continuano a mantenere viva l’attenzione sul grave caso di Giulio Regeni e a chiedere verità e giustizia.
“Verità per Giulio Regeni” è diventata infatti la richiesta di tante città italiane, tra cui Bolzano, che espone il famoso striscione giallo sul Palazzo del Municipio e che si impegna a non dimenticare la morte di Giulio e a chiedere giustizia e verità. La Città di Bolzano, il Centro per la Pace e il Comitato locale di Amnesty International  hanno organizzato una conferenza on-line nell’ambito della campagna di sensibilizzazione per i diritti umani in Egitto che si terrà mercoledì 17 Marzo 2021, alle 18 e 30 in diretta facebook sulla pagina del Centro Pace.
Sono previsti gli interventi di Renzo Caramaschi, sindaco di Bolzano, Chiara Rabini, assessora alla Cultura di Bolzano, i genitori di Giulio, Claudio e Paola Regeni, Alessandra Ballerini, avvocata della famiglia Regeni, Elly Schlein, vice Presidente della Regione Emilia-Romagna, Giuseppe Giulietti, Presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Chiara Schipani di Amnesty International Bolzano, Roberto Rinaldi portavoce del presidio Articolo21 Trentino Alto Adige. L’evento è in lingua italiana. Come si ricorderà il 3 febbraio 2016, a una settimana dal suo rapimento, venne ritrovato il corpo, senza vita ed irriconoscibile per le torture subite, di Giulio Regeni, dottorando dell’università di Cambridge. L’uccisione di Giulio Regeni è l’ennesima testimonianza di violazioni dei diritti umani da parte delle autorità egiziane. Ancora oggi, nonostante le pressioni internazionali e i numerosi appelli non è ancora stata fatta chiarezza su questo caso grave per l’Italia e per l’Europa intera e sulle responsabilità di questo brutale assassinio. La conferenza sarà l’occasione per raccontare il lavoro svolto e per continuare chiedere verità e giustizia per Giulio. In Egitto sono centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti vengono torturati, detenuti per mesi senza poter contattare i propri legali o i propri cari, oppure spariscono senza lasciare traccia.

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Trento la città che accoglie i giornalisti minacciati e perseguitati

Un incontro in Comune a Trento tra il sindaco Franco Ianeselli e il presidente della Federazione nazionale della stampa Giuseppe Giulietti, per siglare un progetto voluto fortemente dal primo cittadino: Trento diventerà la città dell’accoglienza, con la possibilità di ospitare giornalisti di varie nazionalità che sono minacciati o perseguitati a causa del loro impegno in difesa dei diritti umani. L’iniziativa è stata annunciata a Palazzo Geremia lunedì 22 febbraio scorso dove si sono susseguiti gli interventi dei vari protagonisti coinvolti: il presidio di Articolo 21 del Trentino Alto Adige con la collaborazione del Sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige e della Federazione nazionale della stampa italiana. In collegamento da Roma i vertici dell’ufficio di presidenza di Articolo 21 e la partecipazione di giornalisti stranieri la cui vita è minacciata: per questo sono sotto protezione.

Dalla sala della Giunta è stata annunciata la volontà di ospitare in una struttura messa a disposizione dell’amministrazione comunale che servirà ad accogliere chi difende la libertà di pensiero e di stampa, con l’unico obiettivo di perseguire la verità nel raccontare i fatti accaduti nei loro Paesi d’origine. Il riferimento per tutti è sempre l’articolo 21 della Costituzione che recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

«Con la pandemia rischiamo di dimenticare ciò che avviene nel mondo interno in termini di soppressione dei diritti umani. Noi vogliamo concretizzare un impegno preso all’inizio della legislatura, ospitando a Trento – ha spiegato il sindaco Ianeselli – i giornalisti che hanno difficoltà nel proprio Paese nell’esercitare il proprio impegno. In cambio, chiederemo ai giornalisti di portare la propria testimonianza nelle scuole». Impegno subito raccolto dai promotori di tante campagne di sensibilizzazione da parte dell’associazione Articolo 21, che vede un portavoce e una/un presidente per regione: tra le prime iniziative previste figura quella della giornata di ricordo delle vittime del conflitto siriano, che avrà luogo, in collaborazione con il sindacato dei giornalisti locali e la Fnsi, il prossimo 13 marzo a Trento con l’incontro dei presidenti di tutte le Regioni italiane per la commemorazione. A seguire la Giornata internazionale della libertà di stampa, in programma per il prossimo tre maggio. Nel corso di “Un’ora con...” hanno preso la parola il presidente di Articolo21, Paolo Borrometi, la portavoce nazionale di Articolo21, Elisa Marincola, Ekaterina Ziuziukpresidente dell’Associazione Bielorussi in Italia e neo presidente di Articolo21 Trentino Alto Adige; Anna Del Freo del comitato Federazione Europea dei Giornalisti (EFJ) e Segretario generale aggiunto della Fnsi. Erano previsti anche dei collegamenti audio video con le testimonianze di alcuni colleghi stranieri la cui mancanza di tempo non ha permesso di divulgarli. Una delle più significative è quella del giornalista libico Khalifa Abo Kraisse attualmente trasferito in un luogo protetto, raccolta da Danilo Di Biasio direttore del Festival dei Diritti Umani di Milano e presentata da Chicco Elia, condirettore di Qcodemagazine.

Khalifa Abo Kraisse racconta quanto sia difficile esercitare la professione nel proprio paese d’origine. «Sono un giornalista e film-maker. Essere giornalista in Libia significa scegliere un mestiere e rischiara la propria vita. Ho conosciuto persone che hanno lavorato per anni in condizioni impossibili e disumane. Persone che rischiano di essere picchiate, arrestate, rapite, assassinate. Ogni giorno che vi svegliate – spiega nel suo videointervento – rischiate queste opzioni. Può succedere anche a voi in qualunque parte dove vi troviate. Succede a tutti i vostri colleghi e amici. Ogni articolo che leggete potrebbe essere l’ultimo, ogni fotografia che scatti potrebbe essere l’ultima. Tu vivi queste cicatrici e queste ferite possono distruggerti. Se resisti trovi la forza per andare avanti, e se sopravvivi oggi, domani non ti puoi prendere il lusso di fermarti. Non hai tempo e ambiti per cercare aiuto. Quando ti rendi conto del pericolo diventi una persona che necessità aiuto. Penso che questo programma di tutela sia importante e penso debba essere esteso ad altri giornalisti che ne hanno bisogno. La mia storia potrebbe incoraggiare altri giornalisti per chiedere aiuto. Spero che questo sia solo l’inizio e che altri come me possano essere tutelati».

Danilo Di Biasio spiega come sia importante proteggere il giornalista: «per chi legge la rivista Internazionale la firma di Khalifa Abo Khraisse è nota e i suoi articoli sulla Libia, la sua patria, sono sempre ben informati, ricchi di dettagli. Pochi sanno che Khalifa Abo Khraisse sta vivendo in Italia, sotto copertura, un esule che rischia la vita. Perché a fare il giornalista nella Libia attuale ti fai molti nemici. E Khalifa ne ha così tanti che è dovuto fuggire. In Italia è arrivato grazie al programma Media Freedom Rapid Response che si occupa di dare supporto legale, assistenza e protezione ai giornalisti in pericolo di vita per il loro lavoro. Il partner italiano di questo progetto europeo è l’Osservatorio Balcani e Caucaso, che nel caso di Khalifa Abo Khraisse si è unito al Festival dei Diritti Umani e alla rivista QcodeMagazine. Non sempre, ma in molti casi, lasciare la propria nazione dove sei sotto tiro da parte di mafiosi, governi o gruppi paramilitari, può rappresentare la salvezza. Molto dipende dalla velocità di reazione e dalla pressione internazionale che le associazioni o i sindacati riescono a convogliare. In regimi molto chiusi, o in zone di guerra tutto può essere ancora più difficile. Quasi sempre chi ha scelto di essere giornalista indipendente lo è per tutta la vita, mettendo in conto i rischi e l’esilio».

Ad inizio maggio 2021 la città di Trento ospiterà la seconda giornata internazionale sulla libertà di stampa, un evento inclusivo che si propone di accedere un faro sui cronisti minacciati in Italia e nel mondo. L’iniziativa è nata da un colloquio tra il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana Giuseppe Giulietti, il segretario del Sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige Rocco Cerone, il vicesegretario Lorenzo Basso e il sindaco di Trento Franco Ianeselli. Francesca Mazzalai ha curato l’intervista al presidente Giulietti e al sindaco Ianeselli realizzata per la struttura di programmazione della sede di RAI di Trento e trasmessa su Radio 1 Trentino Alto Adige. Da Roma la giornalista di RAI Radio 1, Valeria Riccioni si è collegata in diretta per  seguire gli interventi. 

Incontro che segna l’inizio di una proficua collaborazione e da parte del presidente Giulietti è stato ribadito come a «Trento nasca una casa dell’accoglienza per difensori dei diritti umani. Esperimento originale che permette di proteggere chi illumina le periferie del mondo». Unica nota dolente la mancata attenzione da parte dei media trentini che hanno scelto di non informare i lettori e i telespettatori dell’importanza di raccontare come Trento si presti a diventare città dell’accoglienza per chi sceglie di stare dalla parte della libertà di stampa. 

(Fonte: Articolo21; Immagine di copertina: wikimedia)

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Chiusura ‘TRENTINO’, Bert: «Si riduce il pluralismo culturale e politico».

Prima Pagina è un programma radiofonico in onda su Rai Radio 3 tutte le mattine dalle 7.15 alle 8.45, che propone la rassegna quotidiana dei giornali: trenta minuti di lettura da parte di giornalisti di diverse testate che si avvicendano al microfono in turni settimanali. Il primo a condurre il programma fu Ruggero Orlando. Dopo meno di sette mesi, nell’ottobre del 1976 – condotta nella sua prima settimana da Eugenio Scalfari – Prima Pagina si arricchisce di Filo Diretto, una novità importante: gli ascoltatori intervengono per commentare e fare domande sugli argomenti più interessanti della giornata. Nella puntata del 16 gennaio scorso condotta da Lidia Baratta, giornalista del quotidiano Linkiesta, dove si occupa soprattutto di lavoro ed economia, ha risposto ad una telefonata di Silvano Bert di Trento. Il suo intervento verteva sulla decisione di chiudere il giornale Trentino uscito per l’ultima volta nelle edicole sabato scorso con il titolo : «Addio cari lettori, domani non saremo più in edicola», un quotidiano fondato nel 1945 con il congedo del suo direttore responsabile Paolo Mantovan: «Il Trentino è stato un pezzo importante di democrazia, un luogo in cui la comunità si è misurata e costruita. Perdere una voce in un momento in cui la democrazia conosce capitoli come quello del Campidoglio a Washington, dove, graffiato sulle pareti durante l’invasione del 6 gennaio, si leggeva “murder the media” (“uccidi il giornalismo”), perdere una voce è un grave rischio per tutti».

Silvano Bert (è stato professore di letteratura italiana e storia all’Istituto Tecnico Industriale “Buonarroti” di Trento dal 1969 al 2002) ha esordito con voce mesta nel suo appassionato commento, leggendo il titolo di commiato scelto dal giornale, l’incipit di una lunga riflessione sulla chiusura del quotidiano (su decisione della società editrice proprietaria che messo in cassa integrazione a zero ore tutti i 19 giornalisti). «Un giornale storico nato come organo del comitato di liberazione nazionale (in origine si chiamava Alto Adige e dal Duemila mutuato in Trentino, ndr) che ha concluso così la sua storia. La mia solidarietà alla redazione chiusa dalla sera alla mattina – ha detto Silvano Bert (è stato un collaboratore storico del Trentino e di altre testate giornalistiche come l’Adige e QT, una figlia giornalista Chiara Bert moglie dell’attuale sindaco di Trento Franco Ianeselli, ndr), e quando chiude un giornale si riduce il pluralismo culturale politico e c’è una ragione profonda. Parlo da insegnante (la sua esperienza a scuola l’ha riportata pubblicando “L’aula e la città”, ndr) e mi rendo conto che l’analfabetismo funzionale in Italia è ancora diffuso e quindi la parola da leggere e da scrivere è più difficile della parola da vedere. Io sono stato costretto a portare i giornali in classe quando ho iniziato ad insegnare 50 anni fa nel fuoco del ‘68. Erano gli studenti che volevano il giornale in classe e io ho dovuto imparare con loro come è fatto un giornale, perché all’università avevo imparato la lingua della letteratura e non il pluralismo linguistico. Abbiamo imparato sul giornale che la lingua della cronaca non è quella del commento, la lingua di un corsivo non è quello della lettera, la distinzione tra un titolo caldo e un titolo freddo. A scuola con il giornale in mano, confrontando il Trentino, con l’altro quotidiano che è l’Adige per una provincia fortunata come è la nostra avere tre quotidiani (il terzo è il Corriere del Trentino, dorso del Corriere della Sera, ndr) in un territorio così piccolo. Io ho imparato così il pluralismo linguistico insieme ai miei studenti. Poi gradualmente la politica si è ridotta ai politici e i cittadini ridotti a spettatori passivi che assistono muti ad uno spettacolo su un palcoscenico. Non ho mai condiviso proprio la parola casta se pur inventata da prestigiosi giornalisti. »

«Con Alberto Faustini (attuale direttore dei quotidiani Alto Adige e Adige, ndr) , Paolo Mantovan (l’ex direttore del Trentino, ndr) e la stessa Chiara (la figlia giornalista, ndr), entrai in polemica, dura, nel 2011: mi rifiutai di partecipare alla raccolta di firme contro la “casta”. A me parve un cedimento all’antipolitica. Da un giornale mi aspettavo, e mi aspetto, uno sguardo critico, ma costruttivo, sulla politica. Non mi accontento dei racconti brillanti sulle mosse e le manovre dei leaders, ma una sollecitazione all’impegno collettivo. “Siamo noi la politica”- scrive Silvano Bert sul suo profilo facebook, commentando la chiusura del quotidiano-, e proseguendo nel suo intervento a Prima Pagina su Radio Rai 3 si è addentrato in un’analisi sulle cause della crisi dell’editoria e la scomparsa dei giornali quotidiani: «È difficile dire se sono i mezzi telematici e informatici che hanno cambiato la concezione della politica o se anche i giornali hanno dovuto adeguarsi, prigionieri di questo cambiamento. Le chiedo (rivolgendosi alla conduttrice Lidia Baratta, ndr) quanti articoli sono pubblicati sui giornali di oggi si concludono dove il cittadino che legge si sente impegnato a partecipare perché la politica è cosa sua. Io credo che questa sia la sfida a cui la società italiana è chiamata anche di fronte alla chiusura di un giornale di carta».

Un sentimento di profonda amarezza risuonava nelle sue parole; a dimostrazione di una coerenza e onestà intellettuale che riconosce il valore di un giornalismo in grado di trasmettere ai lettori la possibilità di suscitare uno spirito critico come poi ha commentato Lidia Baratta nel rispondere: «La ringrazio per questo suo appassionato intervento e per il risalto che da al valore del giornalismo e di farlo conoscere in classe, perché leggere solo il libro di testo è un’operazione fin troppo facile e limitante per la formazione, mentre i giornali permettono di aprire tutte le scuole verso il mondo, verso le diverse inclinazioni di pensiero e la chiusura di un giornale è sempre una grave perdita. Ai colleghi del Trentino va tutta la mia solidarietà – ha concluso la giornalista conduttrice del Filo diretto di Prima Pagina -.

Raggiunto al telefono Silvano Bert gli abbiamo chiesto di approfondire quanto detto alla Rai: «Il primo livello del mio discorso toccava il problema della riduzione di una voce (la chiusura del quotidiano Il Trentino, ndr) e del pluralismo, una perdita che paga l’intera società. Io in radio ho parlato da insegnante e di cosa è stato il giornale per me quando insegnavo. Un fondamentale strumento di formazione linguistica. Il linguaggio letterario non deve più detenere il monopolio dell’istruzione linguistica. I miei studenti quando mi incontrano mi ricordano di essere stato il loro “insegnante dei giornali”. Bisogna imparare che ci sono dei linguaggi diversi e quello del giornale è uno strumento particolarmente prezioso perché il pluralismo culturale è contenuto in sé. Vengono messe in moto forme di intelligenza diverse e il giornale è fonte di maturazione e formazione. Nella mia carriera di insegnante ho utilizzato spesso anche le puntate radiofoniche della Rai di Prima Pagina. Registravo a casa e i brani che mi interessavano di più li facevo ascoltare in classe per poi discuterne. Avevo proposto anche un progetto “Prima Pagina in cattedra” rivolto agli insegnanti nell’utilizzare le puntate di Prima Pagina che vanno in onda ogni giorno. Io ho pubblicato un editoriale che ne parla sul sito www.viandanti.org dal titolo “Cittadinanza e scuola. Pensiero di un anziano insegnante ” » – in cui scrive – “Ogni giorno. Qual è la notizia più importante per il conduttore? Io sono d’accordo o scelgo un’altra notizia? Il Coronavirus è ancora notizia? E di scuola scrivono oggi i giornali? A questi due temi i giornali dedicano uno spazio adeguato, insufficiente, eccessivo? A Filo diretto qual è la telefonata più interessante degli ascoltatori? Sul giornale nazionale che oggi leggo, la notizia di apertura, la più importante [in prima pagina, titolo in alto, a caratteri grandi] è la stessa scelta dal conduttore alla radio? Il titolo è freddo, informa sul fatto, o è caldo, prende posizione a favore o contro? Se oggi ho scelto un giornale locale (solo in Trentino sono tre, il Trentino, l’Adige, il Corriere del Trentino: lo considero positivo o negativo?)la notizia di apertura è certo diversa dal quotidiano nazionale: qual è la mia impressione?”.

Nella conversazione telefonica spiega anche che «quello che è accaduto negli ultimo decenni ha messo in crisi il monopolio dell’informazione ma il giornale da leggere, da scrivere è uno strumento di educazione formidabile con il superamento del monopolio del linguaggio letterario. Leggere sull’informazione della politica è molto più impegnativo mentre sugli altri mezzi telematici prevale un’informazione come spettacolo (la disinformazione di molti programmi televisivi basati sullo scontro tra politici ha preso il sopravvento anche nei media, ndr). Anche ai giornali della carta stampata è venuto il desiderio di scendere sul terreno dello spettacolo ma la politica siamo noi e ci dobbiamo impegnare direttamente partecipando attivamente nella società. Vedere un giornale che muore è un colpo al cuore».

Rocco Cerone segretario del Sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige scrive su Articolo 21, riguardo la chiusura: «Decisione che disattende l’impegno sottoscritto due mesi fa dall’azienda che, in concomitanza con l’annuncio della fusione per incorporazione di SETA SPA in SIE SPA del 18 novembre 2020, dichiarava che si sarebbe impegnata a presentare entro il mese di gennaio 2021, per ogni giornale del gruppo, un nuovo piano editoriale per il mantenimento dell’autonomia delle testate e per il rilancio delle stesse sul mercato e che, dall’operazione aziendale, non si sarebbero avute ricadute occupazionali eccedenti al numero degli esuberi già individuati dall’azienda nell’ultimo anno». Una pagina triste per l’informazione.

(Fonte: Articolo21)

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Ronchi dei Legionari: “La libertà di stampa”, Bolzano: “La passione per la verità”

“La libertà di stampa. Dal XVI secolo a oggi” e “La passione per la verità”: due libri che verranno presentati in città diverse e distanti tra di loro ma con un obiettivo in comune: salvaguardarne la sua funzione democratica e indispensabile per garantire una libera e corretta informazione. A Ronchi dei Legionari (Gorizia) il 26 settembre alle 20.30 viene presentato “La libertà di stampa. Dal XVI secolo a oggi” (Il Mulino editore) di Pierluigi Alliotti (giornalista professionista e studioso di storia contemporanea, insegna Storia del giornalismo alla Sapienza Università di Roma), invitato dall’ Associazione culturale Leali delle Notizie che organizza la sesta edizione del Festival del Giornalismo (in programma dal 22 al 26 settembre), in dialogo con Rocco Cerone, segretario del Sindacato regionale dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Roberto Rinaldi responsabile del presidio di Articolo 21 per il Trentino Alto Adige e la moderazione di Carlo Muscatello presidente regionale Assostampa del Friuli Venezia Giulia.

Il 28 settembre a Bolzano sarà la volta di “La passione per la verità. Come contrastare le fake news e la manipolazione attraverso internet e social ed arrivare ad una corretta informazione e diffondere un sapere inclusivo”a cura di Laura Nota (Franco Angeli editore). Un corso deontologico promosso dalla Libera Università di Bolzano, Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Sindacato dei Giornalisti del Trentino Alto Adige e del Veneto, FNSI ed Articolo21. I relatori sono Laura Nota delegata dal Rettore dell’Università di Padova per l’inclusione e la disabilità, (docente ordinario al Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata) e Roberto Reale giornalista e scrittore, docente all’Università di Padova al Master in Comunicazione delle Scienze e al Corso di Laurea Magistrale in Strategie di Comunicazione.

La libertà di stampa: Dal XIV secolo a oggi” di Pierluigi Alliotti racconta la lunga storia della libertà di stampa: un diritto concepito nell’Inghilterra del Seicento come corollario alla libertà di coscienza, proclamato a fine Settecento in Francia dalla Dichiarazione dell’uomo e del cittadino e negli Stati Uniti dal Primo emendamento alla Costituzione. In Italia fu riconosciuto nel 1848 dallo Statuto albertino. Lo scoppio della Grande Guerra e l’avvento dei totalitarismi determinarono una battuta d’arresto nel cammino della libertà di stampa, poi solennemente sancita nel 1948 dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Ancora oggi, tuttavia, in molti paesi questo diritto fondamentale è negato e i giornalisti sono perseguitati. Nell’introduzione l’autore richiama subito l’importanza del tema citando in più riprese Mario Borsa un giornalista che pur di non rinunciare alla sua indipendenza intellettuale si rifiutò di mettersi al servizio del fascismo e per questo fu arrestato. Corrispondente da Londra del “Secolo” di Milano, firma del “Corriere della Sera” e in seguito corrispondente dall’Italia del quotidiano “The Times”. «La libertà di stampa, che è l’anima e l’animatrice di tutte le libertà, è un problema fondamentale. È bene tornarvi su, pienamente ed elementarmente tanto più che il grosso pubblico – e, purtroppo, non il grosso pubblico soltanto – ha in merito idee inesatte, vaghe e confuse… di un problema che, ridotto nei suoi termini essenziali, è di una trasparente chiarezza e di una grande semplicità».

Con un distinguo fondamentale: «Per esercitare questa sua funzione – la più alta delle sue funzioni – è necessario che la stampa sia libera da ogni compromissione, o peggio, da ogni legame con gli uomini di Governo, Indipendenza dunque: indipendenza assoluta: il che implica nella stampa un grande senso di responsabilità». Oggi questo problema è ancora più stringente e se la libertà della stampa è sempre in pericolo è vero anche che la sua responsabilità non viene sempre esercitata e dimostrata nei confronti dei lettori. Uno di questi, Antonio Perrone, ha scritto alla rubrica Lettere del nuovo quotidiano “Domani” toccando un aspetto fondamentale ma trascurato dai più: «Credo che la libertà di stampa sia troppo spesso data per scontata da noi lettori che su questo tema ci consideriamo soggetti passivi che possono al massimo essere spettatori del panorama mediatico del proprio paese – e riferendosi alla censura da parte di Orbàn in Ungheria – questa storia ci ricorda che non è così: la libertà di stampa non è solo in mano ai giornalisti, ma anche soprattutto, in quello che noi lettori che ogni giorno scegliamo chi ricompensare per averci dato informazioni che ci aiutano a capire il nostro mondo».

Il lettore lancia anche un monito che non può che essere condiviso e sostenuto: «… Trovo ridicola l’idea che informarsi debba essere gratuito, nella nostra economia bisogna avere il coraggio di sostenere i mezzi di informazione che ci permettono di svolgere la nostra cittadinanza attiva nel migliore dei modi». Un diritto – dovere alla base della democrazia secondo chi ha inviato la lettera al quotidiano da pochi giorni nelle edicole. Proseguendo nella lettura de “La libertà di stampa. Dal XVI secolo a oggi”, utile a comprendere quanto sia stata sempre osteggiata la libertà di stampa nei secoli e in tutti gli stati, si si sofferma su quanto scritto nel 2018 dal direttore del Time Edward Felsenthal: «Oggi la democrazia nel mondo affronta la sua più grande crisi da decenni. Le sue basi sono state minate da invettive dall’alto e da tossine dal basso, da nuove tecnologie che alimentano antichi impulsi, da un cocktail di uomini forti e istituzioni indebolite. Dalla Russia a Riad, da Silicon Valley, la manipolazione e l’abuso della verità sono state il filo conduttore di molti dei principali titoli di quest’anno (2018, ndr), una minaccia insidiosa e crescente alla libertà».

Colpisce l’affermazione «… da nuove tecnologie che alimentano antichi impulsi” e in parallelo lo spiega bene anche Rosario Rizzuto, Magnifico rettore dell’Università di Padova nella Premessa che introduce “La passione per la verità” curato da Laura Nota: «… le fake news, intese come manipolazione della realtà, e diffusione di dati e immagini fraudolenti e distorti; un fenomeno capace di agire e a più livelli, così come la ricerca sul tema sta mettendo chiaramente in evidenza. Il rettore le riconduce alla «conseguenza di un’apparente “democratizzazione del sapere”, che rifugge il controllo delle procedure di verifica della scienza sperimentale galileiana, ma sempre più spesso sono strumento manipolativo secondo un disegno strategico coordinato da ideologie di gruppi dominanti. E in questo caso con l’uso delle fake news si arriva ad impattare direttamente e pesantemente i meccanismi di formazione del consenso della società democratica». Da qui l’importanza della ricerca che ha permesso la nascita di una collaborazione preziosa e reciproca tra il mondo della ricerca e quello dell’informazione. Argomento che verrà dibattuto nel corso del dibattito a Bolzano il 28 settembre.

Alliotti nel suo libro indica anche la responsabilità che hanno portato alla perdita di molti posti di lavoro nei giornali e la supremazia di Google e Facebook nel sostituirsi ai giornali per diventare «potenti distributori di notizie e informazione nella storia dell’umanità, rilasciando accidentalmente nel processo un’ondata storica di disinformazione», senza dimenticare un’altra conseguenza deleteria per una corretta e libera informazione, quella delle querele per diffamazione definite anche “temerarie”: un problema da affrontare in sede anche legislativa per fermare una deriva pericolosa che spesso impedisce la divulgazione delle notizie. La censura della stampa è descritta con puntuale descrizione storica dall’autore che cita molti esempi. Nel 1500, ad esempio, i papi e i regnanti di molti paesi si distinsero per impedire alla stampa di fare il loro dovere. Il comunismo in Russia e il fascismo in Italia imponevano un’idea di libertà di stampa funzionale ad esaltare ogni loro azione. Non la pensava così Voltaire nel 1771: «Non può esservi libertà presso gli uomini senza la libertà di spiegare il proprio pensiero», così anche per Rousseau che attribuiva all’opinione pubblica il compito di criticare e giudicare. L’autore spiega anche che «i rivoluzionari francesi erano ostili alla censura preventiva, ma nello stesso tempo contrari a una libertà di stampa illimitata. Dall’America all’Inghilterra la censura si manifesta anche in Italia nel corso dei secoli e i capitoli del libro “Il trionfo”, “L’eclissi” e “la libertà totalitaria” analizzano nel merito quanto sia stata determinante la politica italiana nel reprimere la libertà di stampa. E non deve sorprendere il passaggio dedicato all’esperienza giornalistica di Mussolini dove si vantava di di essere uno strenuo difensore della libertà di stampa.

Nel 1909 come direttore responsabile del giornale “L’Avvenire del Lavoratore” a Trento aveva subito numerosi sequestri da parte delle autorità austriache e la sua reazione di protesta non tardò a farsi sentire, così come nel 1913 alla direzione de “L’Avanti!” per aver scritto contro il governo Giolitti fu sottoposto a processo per poi essere assolto. Una dittatura fascista in cui lo stesso Mussolini smentendo il suo passato di giornalista paladino della libertà di stampa si distinse per abolire il libero pensiero e censurare la stampa. «Nel 1926 fu disciolta la Federazione nazionale della stampa italiana (il sindacato dei giornalisti fondato nel 1908 – scrive Alliotti – e dopo il fallito attentato al duce il 31 ottobre dello stesso anno, la stampa antifascista, già vessata dai sequestri e ridotta ad una condizione d’inferiorità, fu definitivamente messa al bando». E le conseguenze non si fecero attendere: la morte di Giovanni Amendola e Piero Gobetti per le conseguenze delle aggressioni squadristiche e Antonio Gramsci in carcere dopo 11 anni di prigionia. Tutti e tre colpevoli di essere stati giornalisti. L’epurazione di centinaia di giornalisti sgraditi al regime per le loro idee. Un regime “totalitario” in cui il duce esaltò la “stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana (…) Il giornalismo italiano è libero perché, nell’ambito delle leggi del regime, può esercitare e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione”. Parole che dimostrano la totale avversione nei confronti di un pensiero critico e svincolato dal potere.

Quanto accade ancora in molti stati come accaduto in Algeria il 15 settembre scorso con la condanna a due anni di reclusione al giornalista Khaled Drareni per aver pubblicato articoli sull’”Hirak”, la rivolta popolare che ha costretto alle dimissioni il presidente Abdelaziz Bouteflika nel 2019. Lo ricorda un ampio reportage dal titolo “Professione Reporter: ma in Algeria costa la galera” di Rachida El Azzouzi pubblicato sul Fatto Quotidiano il 21 settembre: «La condanna di Khaled Drareni per “istigazione a manifestazione non armata” e “minaccia all’integrità del territorio nazionale”, suona dunque oggi come un monito per tutti i giornalisti, che in Algeria lavorano già in condizioni molto difficili: il paese è al 146mo posto su 180 nella classifica per la libertà di stampa nel mondo. Questo è il messaggio delle autorità algerine: o ti metti in riga, al servizio del potere, o finisci in prigione. Il messaggio è rivolto – scrive Khaled Drareni – anche quello della libertà di espressione e delle libertà individuali che vengono violate ogni giorno».

Restando in Algeria l’autore de “La libertà di stampa” ricorda un articolo dello scrittore francese Albert Camus scritto nel 1939 quando ad Algeri lavorava come caporedattore del quotidiano “Le Soir républicain” (pubblicato solo nel 2012) «dove spiegava come un giornalista potesse rimanere libero davanti ad un regime illiberale: Erano quattro a suo dire, le virtù da coltivare: “la lucidità, l’opposizione, l’ironia e l’ostinazione” e “la lucidità” presupponeva la “resistenza agli impulsi dell’odio e al culto della fatalità”, spiegava Camus, sostenendo che un giornalista libero, nel 1939, non disperava e lottava per ciò che credeva vero come se la sua azione potesse influire sul corso degli eventi. “Non pubblica niente che possa istigare all’odio o provocare la disperazione. (…) Non c’è coercizione al mondo che possa indurre una persona con un minimo di rettitudine ad accettare di essere disonesta”. Il pensiero di Camus assume un valore straordinario per la sua attualità specie nel segnalare come dovrebbe agire la stampa in generale: “niente che possa istigare all’odio o provocare la disperazione” è quanto sta accadendo nella nostra società dove i titoli di alcuni giornali fomentano ogni giorno reazioni di intolleranza, discriminazione e diffamazione, esaltate anche dai social che le amplificano. Camus aveva centrato in pieno l’oggetto della questione se già nel 1939 affermava l’importanza nell’accertare l’autenticità di una notizia «ed è a questo che un giornalista libero deve prestare tutta la sua attenzione». Un capitolo intero è dedicato anche al mezzo televisivo diventato negli anni uno strumento in possesso di logiche di spartizione politiche: “La libertà d’antenna” descrive l’evoluzione della televisione a partire dal monopolio della RAI fino all’avvento delle emittenti private con la conseguente liberalizzazione del mercato e la supremazia delle televisioni di Berlusconi con le evidenti ingerenze quando da presidente del Consiglio emise il cosiddetto “editto bulgaro” con l’allontanamento di Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi colpevoli a suo giudizio di “uso criminoso della RAI” nei suoi confronti.

Esemplare la risposta che Enzo Biagi indirizzò a Berlusconi: «Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata de Il Fatto (la rubrica curata dal giornalista in televisione, ndr). Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti». Ma la libertà di stampa non è solo a rischio per la censura adottata da chi vuole zittire la voce dei giornalisti e imbavagliarla: il rapporto stillato dal “Comittee to Protect Journalist” di New York che si dedica alla difesa della libertà di stampa, conta che dal 1992 al 2020 i «giornalisti uccisi nel mondo sono oltre 1.900, una cinquantina dei quali nel 2019». Numeri che dimostrano come sia “un mestiere pericoloso” fare il giornalista e a dirlo è l’organizzazione non governativa francese Reporters sans frontières che ricorda anche i 389 giornalisti incarcerati e 57 tenuti in ostaggio. Cifre che vengono riportate nell’ultimo capitolo “ I nemici di oggi” scritto da Alliotti in cui si può capire come queste cifre dimostrino quanto sia grave allo stato attuale la condizione del giornalismo mondiale. Specie in Cina, Turchia, Arabia Saudita (il brutale assassinio di Jamal Khasoggi ne è la prova), in Egitto (dove attualmente oltre ad aver incarcerato numerosi giornalisti è detenuto anche Patrick Zaki lo studente universitario che frequentava una facoltà a Bologna). Il CPJ esamina stato per stato quanti giornalisti sono attualmente in carcere e segnala che nella sola Turchia alla fine del 2019 erano ben 47. L’Italia nella classifica di Reporters sans frontières per quanto riguarda la libertà di stampa è collocata al 43mo posto su 180 nazioni e cita anche i 20 giornalisti sotto scorta per le minacce subite dalla mafia, camorra e gruppi estremisti.

La Federazione nazionale della stampa ha consegnato di recente al vice ministro degli Interni, Matteo Mauri, un dossier contenente tutte le minacce ricevute dai giornalisti nell’ultimo anno per mano del presidente Beppe Giulietti. Si legge ancora nel libro di Pierluigi Alliotti: «Secondo i dati raccolti da Ossigeno per l’informazione, osservatorio patrocinato dalla FNSI e dall’Ordine nazionale dei giornalisti, nel corso del 2019 sono state documentate e rese note 433 intimidazioni o minacce nei confronti di altrettanti giornalisti o blogger italiani, la gran parte delle quali sotto forma di atti violenti (avvertimenti, aggressioni, atteggiamenti) e abuso di denunce e azioni legale. Le cosiddette “querele temerarie” che il Parlamento ha tentato di risolvere senza ottenere finora risultati». Un testo fondamentale per chi crede in una informazione libera svincolata da forme di controllo preventivo e riduttivo che minacci l’Articolo 21 della Costituzione, baluardo della democrazia e ogni giorno minacciato da chi pretenderebbe di non informare correttamente l’opinione pubblica. Pericolo rappresentato sempre più dalle fake news che imperversano non solo sui social, quanto anche sui media: niente è più grave che siano i giornali o gli altri strumenti di comunicazione a diffonderle.

Con l’aggravante spesso, come spiega Raffaele Lorusso, segretario generale della FNSI, nella sua Premessa a “La passione per la verità” quando «il cronista che racconta la verità e illumina periferie oscurate viene sempre più spesso additato come uno spacciatore di fake news, se non come un nemico del popolo. Questo è il grande inganno del presente. C’è un’idea pericolosa che si è diffusa a tutte le latitudini. Quella secondo cui, grazie all’iperconnettività, si possa fare a meno delle competenze (…) perché uno vale uno». È quanto accade all’interno di gruppi che nascono in rete e diffondono in modo del tutto «autoreferenziale false credenze, pregiudizi, paure e odio per tutto ciò che è diverso – prosegue Lorusso – , per questo è necessario che giornalisti e cittadini abbiano a disposizione gli strumenti per imparare e riconoscere le fake news e scoprirne i meccanismi di produzione e diffusione». Il saggio curato da Laura Nota diventa così uno strumento indispensabile per fare chiarezza su come il devastante problema dell’informazione intossicata e mistificata crea un circolo vizioso da cui è difficile sottrarsi. Il libro nasce dalla raccolta delle relazioni che sono state presentate al Convegno “L’informazione oltre gli stereotipi e le fake news per la costruzione di contesti inclusivi” che si è tenuto all’Università di Padova nel 2019 e curato dalla professoressa Nota. Nella prefazione Vincenzo Milanese (docente di Filosofia Morale a Padova) sottolinea il problema del “disordine informativo” e il conseguente caos comunicativo che oggi è alimentato da un’enorme quantità di messaggi” e fa un distinguo tra “informazione” e “comunicazione” dove la prima «ha come obiettivo la conoscenza» e la seconda mira alla «persuasione».

E non manca la segnalazione dell’aggravante rappresentata dalla “disintermediazione” (l’abolizione dei corpi intermedi rappresentati dai media per comunicare direttamente tra soggetti rappresentati dal cliente e il produttore senza mediazione, ndr). Laura Nota firma il capitolo “Dai rapporti manipolativi ai rapporti inclusivi, equi, sostenibili” e tocca il problema delle fake news: «in particolare quelle che sono state intenzionalmente diffuse, rappresentano la punta di un iceberg, una delle diverse forme con le quali si cerca di agire per il proprio tornaconto nel disprezzo di relazioni umane improntate a umanità, equità, giustizia, con l’intento di creare ulteriore vulnerabilità e problemi, favorire discriminazioni, diseguaglianze, arrivando persino a minare la convivenza pacifica e la stessa democrazia». Un giudizio netto e severo quanto veritiero dove le fake news instillano pregiudizi e forme di violenza se pur verbale (nei social è la consuetudine). «Si è assistito a una riduzione progressiva dello spazio dedicato al giornalismo attento, critico, riflessivo e all’aumento dello spazio dedicato a tematiche marginali, superficiali, se non proprio appartenenti a un’agenda scandalistica (McCurdy, 2012)» – citazione che Laura Nota richiama all’attenzione dei lettori e richiama anche i giornalisti al loro ruolo: «Anche i professionisti nell’ambito dell’informazione e della comunicazione dovrebbero imparare ad agire come “sentinelle” dell’inclusione pronte e cooperare sia per individuare forme comunicative discriminanti e manipolative (la manipolazione dell’opinione pubblica altra emergenza da affrontare, ndr), sia per dare vita e buone pratiche informative, comunicative, incentrate su una visione inclusiva e sostenibile della realtà».

La docente universitaria si sofferma anche sul ruolo educativo e formativo auspicabile per chi si occupa di informazione «per far comprendere con alfabetizzazioni economiche, tecnologiche, psicologiche, le minacce del XXI secolo, ma soprattutto di riflettere sulle motivazioni e sulle ragioni umane che ne stanno alla base». Ecco il punto focale che merita sempre più attenzione per contrastare le fake news. Impedire la manipolazione e l’inganno e implementare una cultura capace di riconoscere l’attendibilità di quanto viene comunicato. Paolo Pagliaro nel suo contributo scrive che è necessario «liberarsi dalla dittatura dei social. Liberare i media dalla subalternità al mondo dei social. È cresciuta una generazione di giornalisti indotta a pensare che i social siano lo specchio degli umori correnti. Una fonte di informazione attendibile. È un equivoco alimentato dalla pigrizia, dallo spirito del tempo, forse anche dalla superficialità e dalla fretta». Non va dimenticato l’insorgenza di una forma di narcisismo digitale che si propaga sempre più nel cercare visibilità. Paolo Pagliaro in “Cinque o sei cose che potremmo fare”, segnala quanto sia pericolosa «l’abolizione di ogni filtro professionale, la rinuncia delle verifiche, il rifiuto della famigerata mediazione» responsabile di aver fatto spazio alla «manipolazione, non alla democrazia dell’informazione ma alla dittatura della comunicazione».

Lo rileva anche uno studio del Media Lab di Boston pubblicato su Science, come ricorda Enrico Ferri (giornalista e già vicesegretario della FNSI) in “L’odio riscalda il cuore” (citando Umberto Eco in un suo scritto dedicato, appunto, al tema dell’odio, ndr) dove è stato riscontrato che una falsa notizia abbia il 70/% di possibilità (fonte Twitter) di essere “ritwittata” al posto di una notizia vera. «E più la si smentisce, anche attraverso la pur meritoria attività di “debuking”, più si autoalimenta in rete. Un disorientamento, quello creato dall’irrilevanza della verità che cresce – scrive Ferri – se a lanciare parole d’odio, razziste e omofobe, sono i leader politici o le istituzioni. Che l’immigrazione sia il “regno delle fake news” e della disinformazione è una constatazione pacifica tra gli studiosi dei numerosi enti, a livello globale, che studiano il fenomeno che ha raggiunto l’apice con la scandalo Cambridge Analytica». L’Italia ha un triste primato a riguardo: «considerato uno dei Paesi più disinformati sul tema delle persone con storie di migrazione, come rileva Paolo Pagliaro nel suo “Punto. Fermiamo il declino dell’informazione”. Lo sostiene anche la relazione finale della Commissione parlamentare sulla xenofobia e il razzismo Jo Cox. L’Italia viene classificata come il Paese con il più alto tasso di ignoranza al mondo, sul tema dell’immigrazione».

La stampa italiana in particolare quella vicina alle posizioni della di destra ha una responsabilità non indifferente nel fomentare sentimenti di odio verso chi si ritiene un’invasore o un diverso. Non esiste in Italia una normativa che punisca l’odio per “l’hate speech” diffuso in rete. Enrico Ferri per arginare questa deriva propone di «iniziare dai giovani con l’educazione ai diritti umani, alla libertà di espressione, e al mondo digitale per promuovere iniziative concrete, buone pratiche, percorsi inclusivi, è probabilmente la strada più lunga, ma anche quella che potrà dare risultati stabili nel tempo, strategie di lungo periodo, oltre le logiche emergenziali». Ferri segnala anche l’importanza della Carta di Roma che «raccomanda di segnalare l’origine etnica o religiosa, la nazionalità, solo quando essenziale alla comprensione della notizia, lo spazio assegnato a una notizia deve essere il medesimo, si tratti di italiani oppure non italiani, evitare nei titoli e nelle locandine, il sensazionalismo che possa provocare allarme sociale».

Una raccomandazione disattesa per le troppe violazioni ai principi della Carta e uno degli esempi più eclatanti di questa grave disinformazione è quello accaduto con l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega dove i giornali hanno diffuso la falsa notizia che attribuiva l’omicidio a dei magrebini senza aver verificato la veridicità della notizia. “Il sonno della ragione genera mostri” è il titolo di un articolo pubblicato sul sito www.articolo21.org in cui si esamina la diffusione via social della notizia falsa ripresa poi dai giornali. «La nazionalità diventa un fatto politico – prosegue Ferri – la “bufala” è rilanciata da quasi tutti i quotidiani e le tv per ore. Il linguista Federico Fallopa segnala come “la Carta di Roma viene spesso disattesa dalle stesse testate che l’hanno sottoscritta”, e l’ex presidente dell’Associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu aggiunge: «La Carta non dà consigli ma prescrizioni vincolanti per tutti i giornalisti iscritti all’Ordine, spesso non sono seguiti atti concreti o sanzioni, da parte dell’Ordine nazionale dei giornalisti». Un maggiore rigore per far rispettare un principio cardine della Carta sarebbe auspicabile per non alimentare il clima d’odio che avvelena la convivenza civile e il rispetto per il prossimo.

Il libro che sarà presentato a Bolzano il prossimo 28 settembre con la partecipazione di Giuseppe Giulietti presidente della Federazione nazionale della stampa, Federico Boffa e Francesco Ravazzolo, professori della Libera Università di Bolzano, contiene delle riflessioni mirate a dare un contributo essenziale per chi legge nell’evitare il rischio di non «perdersi nella società della Post Verità, del tutti contro tutti, di una persona sola al comando e di immaginare futuri diversi, incentrati su equità, giustizia sociale, diritti umani, sostenibilità e inclusione», che solo una stampa basata sulla veridicità delle fonti, attenta a non cadere negli stereotipi di una informazione appiattita sul sensazionalismo, potrà avere credibilità nei lettori. Le buone pratiche devono essere perseguite da una stampa che sappia usare le parole con il loro senso appropriato e non come delle “pietre” definizione ripetuta da Giuseppe Giulietti nel suo paragrafo “Le parole non sono pietre”, citando l’articolo 3 della Costituzione: «che meglio simboleggia lo “spirito dei tempi”, della stagione della ricostruzione post – bellica. Al contempo, è anche il più distante, invece, dall’attuale “spirito dei tempi”, segnato fortemente dai venti di un sovranismo che esalta i miasmi del razzismo, dell’esclusione sociale, della negazione delle differenze e delle diversità». Non è un caso che Giulietti citi Orbán il Presidente ungherese responsabile di aver attaccato brutalmente le Convenzioni internazionali sui diritti, limitando la libertà di stampa nel suo Paese. L’analisi di tutte le Carte (da quella di Fiesole, Assisi, Roma, Venezia, Trieste, a quella di Padova, è una precisa e puntuale disamina di come i doveri dei giornalisti, i codici deontologici non vengono rispettati: «Quello che balza immediatamente agli occhi è la contraddizione tra il rigore delle norme e la loro sistematica e quotidiana violazione – scrive il presidente della FNSI – , basterà leggere le relazioni predisposte dalla Carta di Roma in materia di razzismo e discriminazione, per comprendere come, nella pratica quotidiana, tali norme siano aggirate o palesemente disprezzate; basti pensare agli editoriali di Vittorio Feltri, o al linguaggio usato da testate come “La Verità, ma cadute di stile e disprezzo della Carta dei doveri si registrano anche in altre testate e nelle stesse emittenti nazionali pubbliche e private, per non parlare dei blog e dei siti, che, spesso, sfuggono a qualsiasi controllo e sono diventati luoghi dove la Costituzione e i codici, civile e penale, sembrano non avere più diritto di cittadinanza».

Duole dover sottolineare questa affermazione così drammaticamente vera per una categoria che appare smarrita nel mantenere una credibilità indispensabile per poter svolgere il proprio ruolo. Se lo chiedono tutti gli autori contenuti nel volume e la domanda: “Avrà la democrazia gli anticorpi per resistere a ogni disarticolazione autoritaria”, non è retorica, ma svela l’urgenza di rimediare ad una problematica che fa dell’Italia un paese poco credibile e indifendibile da questo punto di vista. Per chi scrive e si è occupato anche di Sars-Cov-2 o Coronavirus in questi mesi di pandemia, si è trovato a confrontarsi con una narrazione giornalistica a volte fuorviante e poco attendibile, sbilanciata sul cercare di fornire risposte pseudoscientifiche al limite del paradossale. Tutto e il contrario di tutto con l’aggravante (in alcuni casi) di aver dato eccessiva importanza a pareri medici che si smentivano quotidianamente tra di loro come se fosse una gara ad arrivare per primi a identificare un virus dalle caratteristiche sconosciute alla scienza.

Non è semplice compendiare due testi così impegnativi quanto utili per chi desidera approfondire le tematiche sopraesposte e si rimanda alla lettura completa de La libertà di stampa e La passione per la verità: non c’è libertà se viene a mancare la verità e l’informazione se ne deve assumere la responsabilità per evitarne la scomparsa.

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“L’atomo opaco del Male” che ha spezzato la vita di Willy

Giovanni Pascoli a seguito della scomparsa tragica della morte del padre, avvenuta il 10 agosto del 1986, in circostanze rimaste ignote, scrisse la poesia X Agosto dedicandola alla sua memoria. L’ultimo verso recita: «E tu, cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!» Lo possiamo paragonare a ciò che è diventato il nostro paese? Un “atomo opaco del Male” dove la violenza si è insinuata nelle pieghe di una società sempre più a rischio di imbarbarimento. L’odio diffuso assume sempre più una forma esasperata che si manifesta non solo con atti di aggressività fisica, ma anche tramite il linguaggio delle parole scelte per scagliare pensieri di intolleranza, razzismo e supremazia nei confronti di chi è diverso da noi per colore della pelle, provenienza etnica, condizione sociale. Anche di fronte ad azioni criminali e delittuose sembra ergersi una difesa ad oltranza del colpevole e mai della vittima, come se il responsabile di un gesto o di un’azione lesiva nei confronti del prossimo, possa essere giustificato e non certo per legittima difesa.

Il Male che sovrasta ogni forma di pietà e di compassione si sta impossessando sempre più nell’esprimere sentimenti feroci dove è assente qualunque logica e razionalità nel saper discernere tra chi ha procurato violenza e chi, invece, l’ha subita. L’omicidio di Willy è l’ultimo caso di cronaca che l’Italia deve registrare quasi quotidianamente e appare come la plastica dimostrazione delle parole del poeta. Non a caso il Fatto Quotidiano di domenica 13 settembre, nel riportare la descrizione del suo funerale titola: Addio, piccolo Willy: il feretro della civiltà è accanto alla tua bara“. Un sinistro presagio diventa crudele realtà a cui sembriamo ormai tutti assuefatti e impotenti. Se lo chiede giustamente Enrico Fierro, l’estensore dell’articolo: «Ma la Politica, il mondo culturale e dell’informazione, l’opinione pubblica, hanno capito cosa siamo diventati? Hanno capito che nella bara invisibile abbiamo tumulato la pietà, la compassione, il rispetto della vita umana? Ci vorrebbe un poeta d’altri tempi per sbatterci in faccia quello che rifiutiamo di vedere. L’omologazione, l’obbligo di dover essere tutti uguali nell’illusione». La violenza comunicativa della politica non è esente da una responsabilità per lo meno morale.

Il giornalista sa a chi riferirsi: un poeta contemporaneo nel senso più vasto del termine, che non solo aveva capito ma ne ha pagato tragicamente le conseguenze per essere stato assassinato: «La cultura della sopraffazione, il linguaggio sbrigativo e violento. Un poeta c’era e una cinquantina d’anni fa seppe prevedere cosa saremmo diventati. Pier Paolo Pasolini lo uccisero il giorno dei morti nel 1975, una sera, ad Ostia. A calci , pugni, colpi in testa. Come Willy.» E Willy lo continuano ad uccidere con altrettanta violenza chi usa i social per scaricare o meglio “vomitare” su una vittima inerme e privata della sua vita con l’unica colpa di aver cercato di fermare altra violenza: «Spero che vengano liberati presto, non è giusto che siano in carcere per un delinquente che è arrivato qua sicuramente in modo illegale, anche se mi dispiace per sua madre che percepirà 35 euro in meno al giorno. RIP».

Il nome di chi si firma è di una donna ma dietro il suo profilo è facile che si celi un’identità diversa. Come possa arrivare una mente umana a trarre una conclusione del genere è praticamente impossibile e forse potrebbe diventare materia d’indagine della psicoanalisi nel tentare di trovare quell’”atomo opaco del Male” capace di danni irreversibili anche solo con il disprezzo della vita altrui. Inutile cercare altre spiegazioni come da giorni cercano di scoprire i mass media andando a rovistare nelle vite di chi ha commesso questo efferato delitto. E a chi, sempre sui social, diventati una discarica dei più abietti, aberranti commenti, applaude il martirio subito da Willy, chiamando “eroi” i sospettati aguzzini, solo per aver eliminato una “scimmia”; tocca profondamente nell’animo la risposta della madre Lucia Monteiro nel suo composto e riservato dolore (encomiabile la riservatezza e il rifiuto di rilasciare interviste da parte della famiglia del ragazzo nato in Italia ma di origini capoverdiane): «Mi hanno portato via mio figlio in modo orribile. Gli hanno fatto male, tanto male. Picchiato in maniera selvaggia. Avrà sofferto, chissà quanto. E lui che non poteva fare niente, a terra, indifeso. Lui aveva tanto da vivere. Non cerchiamo vendetta, vogliamo solo giustizia. Crediamo nei giudici e a loro chiediamo di farla. A nessuno, mai, deve capitare in futuro quello che è accaduto».

Gli odiatori seriali da tastiera abbiano la decenza di rispettare un dolore che ha procurato sgomento in tutta Italia e non solo, ammettendo una volta tanto che il loro odio è verso se stessi per l’incapacità di amare e di essere amati. Franco Floris direttore della rivista “Animazione sociale” nell’intervenire ad un convegno sulla qualità dei servizi alla persona spiegava come «(…) dentro la vita sociale ogni persona ha l’esigenza di riscoprire, lungo le fasi della vita, che legame ci sia tra l’essere io-me e l’essere io-noi. In altre parole, ogni persona ha da riscoprire qual è il cordone ombelicale che lo lega agli altri. Questo è un problema enorme, perché in questo momento ci sono intere fasce non solo di giovani, ma di adulti che non sanno più trovare quale sia quel legame che li unisce agli altri e che permette loro di sentirsi un noi collettivo, prima che un individuo singolo». Willy lo aveva trovato quel legame e qualcuno l’ha spezzato con inaudita ferocia.

«Siamo sconvolti per la morte di Willy, pestato a morte per aver difeso un amico contro la violenza. Il suo volto sorridente resterà come un’icona di amicizia e di solidarietà, che richiama i compiti educativi e formativi della scuola e dell’intera nostra comunità. In coerenza con questi valori occorre spiegare il massimo impegno per contrastare chi pratica una violenza vile e brutale, chi la predica o la eccita nei social». Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, discorso in occasione della cerimonia d’inaugurazione dell’anno scolastico 2020/21 alla scuola “Guido Negri”, di Vò Euganeo

Pubblicato sul sito www.articolo21.org