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Bielorussia, perquisiti gli uffici del sindacato giornalisti. Ifj e Efj: «Intervenga la comunità internazionale»

Perquisizioni e arresti di giornalisti e attivisti per i diritti umani in Bielorussia. La mattina del 16 febbraio, il segretario dell’Associazione Bielorussa dei Giornalisti (Baj) Barys Haretski è stato brevemente trattenuto dalle forze di sicurezza bielorusse. Anche l’avvocato Aleh Aheyeu e il presidente dell’Associazione Andrei Bastunets sono stati fermati e gli uffici del sindacato perquisiti. E altre perquisizioni sono state effettuate nel corso della mattinata dagli agenti di pubblica sicurezza nelle case e negli uffici di giornalisti e attivisti per i diritti umani in varie città del Paese.

A darne notizia, rilanciando le informazioni fornite dallo stesso sindacato nazionale dei giornalisti e da media locali, sono la Federazione internazionale e la Federazione europea dei giornalisti. «Queste operazioni di polizia – si legge sul sito web della Ifj – hanno preso di mira diverse organizzazioni che si occupano di diritti umani. Il raid è condotto sulla base dell’articolo 342 del codice penale che punisce chi “organizza e prepara azioni che violano gravemente l’ordine pubblico”. Gli investigatori stanno cercando di individuare le fonti di finanziamento per le manifestazioni di massa organizzate nel Paese per contestare l’esito delle elezioni fraudolente del 9 agosto 2020».

Come riporta il sito web della Baj, agenti di polizia in tenuta antisommossa si sono presentati a casa della giornalista freelance Larisa Shchyrakova a Homel. Perquisita anche l’abitazione del giornalista Ales Burakou Jr nella regione di Mahilou, mentre risulta ricercato un altro giornalista di Homel, Anatoly Gotovchits.

Le Federazioni internazionale ed europea dei giornalisti fanno appello all’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, al Consiglio d’Europa e all’Unione europea perché intervengano per ripristinare lo stato di diritto in Bielorussia.

«Da settimane denunciamo l’intensificarsi della repressione delle forze democratiche in Bielorussia. Dopo un procedimento amministrativo e penale contro i giornalisti, la dittatura bielorussa sta ora attaccando l’organizzazione che rappresenta i giornalisti. È giunto il momento che la comunità internazionale agisca finalmente per porre fine agli abusi del presidente illegittimo Lukashenko», afferma il presidente dalla Efj, Mogens Blicher Bjerregard.

Per il presidente della Ifj, Younes Mjahed «questo è un altro palese attacco alla libertà di stampa. Condanniamo con forza – aggiunge – quanto accaduto ai colleghi della Baj e a tutti i giornalisti e difensori dei diritti umani finiti nel mirino e chiediamo al governo di Lukashenko di interrompere una volta per tutte i suoi attacchi contro la stampa. Chiediamo inoltre alle organizzazioni internazionali di adottare misure rigorose per sostenere la libertà di stampa in Bielorussia».

(Fonte: FNSI)

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Ekaterina Ziuziuk presidente del presidio Articolo21 Trentino Alto Adige

Il direttivo del presidio regionale di Articolo 21 del Trentino Alto Adige ha nominato all’unanimità Ekaterina Ziuziuk alla carica di presidente. Ziuziuk, già portavoce dell’Associazione bielorussi in Italia “Supolka”, segue da tempo la repressione del dissenso politico in corso in Bielorussia, a seguito delle presidenziali del 2020. “Si tratta di scelta che per Articolo 21 è motivo di prestigio, e rafforza il mandato di difendere la libertà d’opinione e di stampa in tutto il mondo”, dichiara il portavoce del presidio del Trentino Alto Adige Roberto Rinaldi.

Di seguito, riportiamo un testo della neoeletta presidente

A fine giugno dell’anno scorso ho creato una cartella sul mio computer intitolata “Elezioni 2020”. Archiviavo i comunicati stampa che a partire da fine giugno 2020 ho iniziato a inviare alle redazioni dei media italiani per informarli sulla situazione che si stava creando in Bielorussia. Pensavo che, dopo le elezioni del 9 agosto, quella cartella sarebbe diventata inutile, che sarebbe finito tutto. Speravo che il bene avrebbe vinto e il male sarebbe stato sconfitto, ma dentro di me avevo una raggelante certezza che il Paese stava andando incontro ad una tragedia. E così è stato: il 9 agosto 2020 il movimento della resistenza bielorussa ha preso un altro slancio, molto più forte di tutto quello che avevamo visto negli ultimi 26 anni. Il male ha vinto – con l’80% dei consensi, secondo i risultati ufficiali annunciati dal comitato centrale per le elezioni.

Quello che è successo dopo è estremamente doloroso. La polizia ha usato violenza senza precedenti contro i cittadini pacifici e disarmati scesi in strada perché era l’unico modo per capire in quanti erano quelli che hanno effettivamente votato per un candidato alternativo. Si è visto che erano tantissimi. Non solo nella capitale, ma in molte altre città bielorusse, grandi e piccole.

Le forze dell’ordine hanno usato i manganelli e il gas lacrimogeno, le granate stordenti e le pallottole di gomma in una maniera massiccia ed indiscriminata. Abbiamo scoperto che sparate a distanza ravvicinata, le pallottole di gomma fanno lo stesso effetto di quelle normali. Successivamente, il regime ha agito sempre con la stessa metodica crudeltà per reprimere ogni forma del dissenso.

Ad oggi il bilancio di questo confronto è il seguente: 4 morti (chissà di quanti altri non sappiamo), 1.000 casi di tortura documentati (e chissà quanti altri di cui non si è parlato), 33mila persone arrestate, processate e condannate per la partecipazione alle manifestazioni non autorizzate.

Poco fa la notizia sul campo di concentramento in via di allestimento ha scosso il popolo bielorusso, ma in fondo non l’ha stupito.

Tutte queste cose sembrano surreali, perché stanno accadendo nel centro geografico dell’Europa, a sole due ore e mezzo di volo dall’Italia. Stanno accadendo oggi.

Purtroppo, siamo costretti a costatare che il tema della Bielorussia è uscito di scena. In questo momento tutti gli occhi sono puntati sulla Russia, ma non significa affatto che la situazione in Bielorussia sia rientrata. Al contrario: il numero dei prigionieri politici è in aumento – a oggi sono 220 – e la repressione si fa sempre più dura. Solo nella giornata di ieri, a Minsk, sono state arrestate più di 160 persone, anche se non c’erano manifestazioni di massa.

In Bielorussia è facile finire nel mirino delle forze dell’ordine. Basta poco: trovarsi per strada, esporre la bandiera bianco-rossa alla finestra della propria abitazione, indossare i pantaloni bianchi e la giacca rossa, postare una foto con la bandiera sui social o lasciare un commento di dissenso. Questi piccoli gesti, banali per un cittadino di un Paese libero e democratico, in Bielorussia sono sufficienti per essere processati e condannati alle pene reali: multe salate, ma anche reclusione.

In parallelo alle misure punitive contro i cittadini, il regime dittatoriale sta reprimendo in ogni modo la libertà della parola. Nel periodo dal 9 agosto 2020 ad oggi i giornalisti sono stati fermati quasi 500 volte, nove sono in carcere, contro 19 sono stati aperti i procedimenti penali. La storica testata indipendente Tut.by è stata privata della licenza. Tutto questo solo perché i giornalisti stavano facendo il loro lavoro: raccontavano i fatti che ho citato.

Il destino del Paese rimane sempre e comunque nelle mani del popolo. Ma anche da fuori possiamo contribuire con la nostra solidarietà e con le azioni concrete: la diffusione di informazione e partecipazione alle iniziative di aiuti umanitari destinati alle vittime delle repressioni. Soprattutto è importante continuare a parlare di quello che sta accadendo, perché è più difficile commettere i reati alla luce del sole.

La proposta di ricoprire l’incarico del presidente della sezione Trentino Alto Adige è arrivata a sorpresa, ma allo stesso tempo nel momento giusto. Sono onorata e felice di accettarla. Ringrazio Articolo 21 per la fiducia e per questa ottima opportunità di fare da cassa di risonanza al mio popolo e dare la voce a chi non ce l’ha.

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Chiusura ‘TRENTINO’, Bert: «Si riduce il pluralismo culturale e politico».

Prima Pagina è un programma radiofonico in onda su Rai Radio 3 tutte le mattine dalle 7.15 alle 8.45, che propone la rassegna quotidiana dei giornali: trenta minuti di lettura da parte di giornalisti di diverse testate che si avvicendano al microfono in turni settimanali. Il primo a condurre il programma fu Ruggero Orlando. Dopo meno di sette mesi, nell’ottobre del 1976 – condotta nella sua prima settimana da Eugenio Scalfari – Prima Pagina si arricchisce di Filo Diretto, una novità importante: gli ascoltatori intervengono per commentare e fare domande sugli argomenti più interessanti della giornata. Nella puntata del 16 gennaio scorso condotta da Lidia Baratta, giornalista del quotidiano Linkiesta, dove si occupa soprattutto di lavoro ed economia, ha risposto ad una telefonata di Silvano Bert di Trento. Il suo intervento verteva sulla decisione di chiudere il giornale Trentino uscito per l’ultima volta nelle edicole sabato scorso con il titolo : «Addio cari lettori, domani non saremo più in edicola», un quotidiano fondato nel 1945 con il congedo del suo direttore responsabile Paolo Mantovan: «Il Trentino è stato un pezzo importante di democrazia, un luogo in cui la comunità si è misurata e costruita. Perdere una voce in un momento in cui la democrazia conosce capitoli come quello del Campidoglio a Washington, dove, graffiato sulle pareti durante l’invasione del 6 gennaio, si leggeva “murder the media” (“uccidi il giornalismo”), perdere una voce è un grave rischio per tutti».

Silvano Bert (è stato professore di letteratura italiana e storia all’Istituto Tecnico Industriale “Buonarroti” di Trento dal 1969 al 2002) ha esordito con voce mesta nel suo appassionato commento, leggendo il titolo di commiato scelto dal giornale, l’incipit di una lunga riflessione sulla chiusura del quotidiano (su decisione della società editrice proprietaria che messo in cassa integrazione a zero ore tutti i 19 giornalisti). «Un giornale storico nato come organo del comitato di liberazione nazionale (in origine si chiamava Alto Adige e dal Duemila mutuato in Trentino, ndr) che ha concluso così la sua storia. La mia solidarietà alla redazione chiusa dalla sera alla mattina – ha detto Silvano Bert (è stato un collaboratore storico del Trentino e di altre testate giornalistiche come l’Adige e QT, una figlia giornalista Chiara Bert moglie dell’attuale sindaco di Trento Franco Ianeselli, ndr), e quando chiude un giornale si riduce il pluralismo culturale politico e c’è una ragione profonda. Parlo da insegnante (la sua esperienza a scuola l’ha riportata pubblicando “L’aula e la città”, ndr) e mi rendo conto che l’analfabetismo funzionale in Italia è ancora diffuso e quindi la parola da leggere e da scrivere è più difficile della parola da vedere. Io sono stato costretto a portare i giornali in classe quando ho iniziato ad insegnare 50 anni fa nel fuoco del ‘68. Erano gli studenti che volevano il giornale in classe e io ho dovuto imparare con loro come è fatto un giornale, perché all’università avevo imparato la lingua della letteratura e non il pluralismo linguistico. Abbiamo imparato sul giornale che la lingua della cronaca non è quella del commento, la lingua di un corsivo non è quello della lettera, la distinzione tra un titolo caldo e un titolo freddo. A scuola con il giornale in mano, confrontando il Trentino, con l’altro quotidiano che è l’Adige per una provincia fortunata come è la nostra avere tre quotidiani (il terzo è il Corriere del Trentino, dorso del Corriere della Sera, ndr) in un territorio così piccolo. Io ho imparato così il pluralismo linguistico insieme ai miei studenti. Poi gradualmente la politica si è ridotta ai politici e i cittadini ridotti a spettatori passivi che assistono muti ad uno spettacolo su un palcoscenico. Non ho mai condiviso proprio la parola casta se pur inventata da prestigiosi giornalisti. »

«Con Alberto Faustini (attuale direttore dei quotidiani Alto Adige e Adige, ndr) , Paolo Mantovan (l’ex direttore del Trentino, ndr) e la stessa Chiara (la figlia giornalista, ndr), entrai in polemica, dura, nel 2011: mi rifiutai di partecipare alla raccolta di firme contro la “casta”. A me parve un cedimento all’antipolitica. Da un giornale mi aspettavo, e mi aspetto, uno sguardo critico, ma costruttivo, sulla politica. Non mi accontento dei racconti brillanti sulle mosse e le manovre dei leaders, ma una sollecitazione all’impegno collettivo. “Siamo noi la politica”- scrive Silvano Bert sul suo profilo facebook, commentando la chiusura del quotidiano-, e proseguendo nel suo intervento a Prima Pagina su Radio Rai 3 si è addentrato in un’analisi sulle cause della crisi dell’editoria e la scomparsa dei giornali quotidiani: «È difficile dire se sono i mezzi telematici e informatici che hanno cambiato la concezione della politica o se anche i giornali hanno dovuto adeguarsi, prigionieri di questo cambiamento. Le chiedo (rivolgendosi alla conduttrice Lidia Baratta, ndr) quanti articoli sono pubblicati sui giornali di oggi si concludono dove il cittadino che legge si sente impegnato a partecipare perché la politica è cosa sua. Io credo che questa sia la sfida a cui la società italiana è chiamata anche di fronte alla chiusura di un giornale di carta».

Un sentimento di profonda amarezza risuonava nelle sue parole; a dimostrazione di una coerenza e onestà intellettuale che riconosce il valore di un giornalismo in grado di trasmettere ai lettori la possibilità di suscitare uno spirito critico come poi ha commentato Lidia Baratta nel rispondere: «La ringrazio per questo suo appassionato intervento e per il risalto che da al valore del giornalismo e di farlo conoscere in classe, perché leggere solo il libro di testo è un’operazione fin troppo facile e limitante per la formazione, mentre i giornali permettono di aprire tutte le scuole verso il mondo, verso le diverse inclinazioni di pensiero e la chiusura di un giornale è sempre una grave perdita. Ai colleghi del Trentino va tutta la mia solidarietà – ha concluso la giornalista conduttrice del Filo diretto di Prima Pagina -.

Raggiunto al telefono Silvano Bert gli abbiamo chiesto di approfondire quanto detto alla Rai: «Il primo livello del mio discorso toccava il problema della riduzione di una voce (la chiusura del quotidiano Il Trentino, ndr) e del pluralismo, una perdita che paga l’intera società. Io in radio ho parlato da insegnante e di cosa è stato il giornale per me quando insegnavo. Un fondamentale strumento di formazione linguistica. Il linguaggio letterario non deve più detenere il monopolio dell’istruzione linguistica. I miei studenti quando mi incontrano mi ricordano di essere stato il loro “insegnante dei giornali”. Bisogna imparare che ci sono dei linguaggi diversi e quello del giornale è uno strumento particolarmente prezioso perché il pluralismo culturale è contenuto in sé. Vengono messe in moto forme di intelligenza diverse e il giornale è fonte di maturazione e formazione. Nella mia carriera di insegnante ho utilizzato spesso anche le puntate radiofoniche della Rai di Prima Pagina. Registravo a casa e i brani che mi interessavano di più li facevo ascoltare in classe per poi discuterne. Avevo proposto anche un progetto “Prima Pagina in cattedra” rivolto agli insegnanti nell’utilizzare le puntate di Prima Pagina che vanno in onda ogni giorno. Io ho pubblicato un editoriale che ne parla sul sito www.viandanti.org dal titolo “Cittadinanza e scuola. Pensiero di un anziano insegnante ” » – in cui scrive – “Ogni giorno. Qual è la notizia più importante per il conduttore? Io sono d’accordo o scelgo un’altra notizia? Il Coronavirus è ancora notizia? E di scuola scrivono oggi i giornali? A questi due temi i giornali dedicano uno spazio adeguato, insufficiente, eccessivo? A Filo diretto qual è la telefonata più interessante degli ascoltatori? Sul giornale nazionale che oggi leggo, la notizia di apertura, la più importante [in prima pagina, titolo in alto, a caratteri grandi] è la stessa scelta dal conduttore alla radio? Il titolo è freddo, informa sul fatto, o è caldo, prende posizione a favore o contro? Se oggi ho scelto un giornale locale (solo in Trentino sono tre, il Trentino, l’Adige, il Corriere del Trentino: lo considero positivo o negativo?)la notizia di apertura è certo diversa dal quotidiano nazionale: qual è la mia impressione?”.

Nella conversazione telefonica spiega anche che «quello che è accaduto negli ultimo decenni ha messo in crisi il monopolio dell’informazione ma il giornale da leggere, da scrivere è uno strumento di educazione formidabile con il superamento del monopolio del linguaggio letterario. Leggere sull’informazione della politica è molto più impegnativo mentre sugli altri mezzi telematici prevale un’informazione come spettacolo (la disinformazione di molti programmi televisivi basati sullo scontro tra politici ha preso il sopravvento anche nei media, ndr). Anche ai giornali della carta stampata è venuto il desiderio di scendere sul terreno dello spettacolo ma la politica siamo noi e ci dobbiamo impegnare direttamente partecipando attivamente nella società. Vedere un giornale che muore è un colpo al cuore».

Rocco Cerone segretario del Sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige scrive su Articolo 21, riguardo la chiusura: «Decisione che disattende l’impegno sottoscritto due mesi fa dall’azienda che, in concomitanza con l’annuncio della fusione per incorporazione di SETA SPA in SIE SPA del 18 novembre 2020, dichiarava che si sarebbe impegnata a presentare entro il mese di gennaio 2021, per ogni giornale del gruppo, un nuovo piano editoriale per il mantenimento dell’autonomia delle testate e per il rilancio delle stesse sul mercato e che, dall’operazione aziendale, non si sarebbero avute ricadute occupazionali eccedenti al numero degli esuberi già individuati dall’azienda nell’ultimo anno». Una pagina triste per l’informazione.

(Fonte: Articolo21)

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Il sindaco di Trento ringrazia i giornalisti, ricordando Agitu

Ianeselli durante incontro con Keller (Odg) e Cerone (Sjg): “L’informazione fondamentale strumento di controllo del potere”

“L’informazione continua ad essere fondamentale. Nonostante la disintermediazione garantita dai social, che ti consentono di avere un rapporto diretto con i cittadini, resta indispensabile il ruolo di chi controlla il potere, indagando e facendo domande. Per questo ringrazio i giornalisti per il loro lavoro, essenziale sia a livello nazionale e internazionale, sia a livello locale, tanto più in questo periodo di pandemia”.

Proprio a causa del Covid, non c’è stato quest’anno il tradizionale scambio di auguri tra la Giunta comunale e i giornalisti. Ma il sindaco Franco Ianeselli ha voluto comunque ringraziare la categoria, autorevolmente rappresentata stamattina alla conferenza stampa di fine anno dal presidente dell’ordine dei giornalisti regionale Mauro Keller e dal segretario del Sindaco dei giornlisti del Trentino Alto Adige Rocco Cerone. Dopo aver augurato al sindaco di “intrattenere sempre buoni rapporti con la stampa”, Keller ha sottolineato come “la trasparenza debba passare sempre attraverso le domande dei giornalisti: e le domande bisogna continuare a farle finché non si ottiene risposta”.

A proposito dell’intermediazione che spesso “dà fastidio”, Cerone ha ricordato i 50 giornalisti uccisi nel 2020 (dati di Reporters sans frontières), anticipando che “in occasione della giornata mondiale della libertà di stampa, il 3 maggio, Trento, città del Concilio, ospiterà un evento sul tema”. Del resto, come ha ricordato il sindaco, da sempre città dei diritti umani, Trento si è già messa a disposizione per “ospitare i giornalisti minacciati per il loro lavoro e per le loro inchieste”.

Il breve momento di riflessione sul ruolo dell’informazione si è concluso con un ricordo di Agitu Ideo Gudeta, l’imprenditrice di origine etiope uccisa ieri nella sua casa di Frassilongo. “Poco fa, a nome di tutta la Giunta, ho deposto una corona di fiori davanti al negozio di Agitu a Trento. L’ho incontrata più volte in passato, l’ultima in campagna elettorale in piazza Santa Maria Maggiore. Ricordo che ci siamo incoraggiati a vicenda. E quando ieri sera, durante il Consiglio comunale, il presidente Piccoli ci ha dato la notizia della sua morte, nessuno più riusciva a parlare”, ha concluso Ianeselli.

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‘Non fermiamo questa voce’, l’11 e il 14 dicembre iniziative in ricordo di Antonio Megalizzi

In occasione dell’anniversario dell’attentato a Strasburgo dell’11 dicembre 2018 e della scomparsa di Antonio Megalizzi, il 14 dicembre, la Fondazione Antonio Megalizzi presenta le iniziative per ricordare Antonio e tenere viva la sua memoria. La maratona radiofonica Non fermiamo questa voce l’11, l’iniziativa sui social #antonioperme e la proiezione dell’immagine di Antonio in piazza Duomo a Trento il 14. «Insieme a RadUni, il circuito delle radio universitarie italiane, ed Europhonica, il format radiofonico dedicato all’Unione europea, la Fondazione – spiega una nota – si unisce alla maratona radiofonica ‘Non Fermiamo Questa Voce’ in diretta sulle emittenti del circuito RadUni per tutto l’arco della giornata dell’11 dicembre. L’intento della maratona è quello di onorare il ricordo delle vittime dell’attentato di Strasburgo avvenuto ai mercatini di Natale l’11 dicembre 2018, in cui hanno perso la vita Antonio Megalizzi e il collega Bartosz Orent-Niedzielski».

Nella maratona saranno raccolti i contributi e alcune delle dirette realizzate da Antonio Megalizzi durante il suo lavoro a Europhonica, il format nato nel 2015 dalla collaborazione di diverse radio universitarie in Europa con lo scopo di raccontare le attività del Parlamento europeo e approfondire le tematiche di attualità politica, economica e culturale europea.

Si potrà anche ascoltare ‘Cielo d’Acciaio’, il racconto di Antonio Megalizzi registrato nel 2019 dai suoi colleghi e dalle sue colleghe della redazione italiana di Europhonica, e alcuni contributi su tematiche care ad Antonio, come la comunicazione, il giornalismo e la politica europea, realizzati da chi fin dall’inizio supporta la Fondazione, in primis gli enti che ne fanno parte.

Il 14 dicembre, inoltre, il Comune di Trento proietterà sulla Torre Civica in piazza Duomo a Trento l’immagine di Antonio realizzata da Mauro Biani. La Fondazione Antonio Megalizzi inviterà sui canali social a pubblicare un’immagine, un ricordo o un pensiero su Antonio con l’hashtag #antonioperme per poter condividere insieme la giornata.

PER APPROFONDIRE
Tutte le informazioni sulle iniziative in programma sono disponibili sul sito web della Fondazione Antonio Megalizzi.



PER APPROFONDIRE
Tutte le informazioni sulle iniziative in programma sono disponibili sul sito web della Fondazione Antonio Megalizzi.

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Trento, città inclusiva e della libertà di stampa

(*di Rocco Cerone, Lorenzo Basso, Roberto Rinaldi)

Ad inizio maggio 2021 la città di Trento ospiterà la seconda giornata internazionale sulla libertà di stampa, un evento inclusivo che si propone di accedere un faro sui cronisti minacciati in Italia e nel mondo. L’iniziativa è nata da un colloquio tra il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana Giuseppe Giulietti, il segretario del Sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige Rocco Cerone, il vicesegretario Lorenzo Basso e il sindaco di Trento Franco Ianeselli a fine settimana a Trento.

Alla base della proposta – nel solco della manifestazione organizzata il 2 maggio 2019, alla quale hanno preso parte delegazioni delle associazioni di stampa provenienti da tutto il Paese – vi è la condivisione del principio secondo cui la libertà di espressione è il fondamento della democrazia, e che le istituzioni pubbliche di un paese democratico sono chiamate a difendere chi fa informazione e chi si trova minacciato per aver illuminato fatti di pubblico interesse. Evento che seguiva di tre mesi il XXVIII congresso della FNSI di Levico, in Trentino.

L’idea avanzata dal sindaco, già segretario della Cgil del Trentino, è quella di recuperare una prassi propria dei sindacati confederali, che da decenni sono impegnati nella tutela di chi si occupa di rappresentare i lavoratori nei luoghi più pericolosi del mondo, ospitando lavoratori e sindacalisti minacciati. Allo stesso modo, ha proposto di rendere la città di Trento un luogo accogliente per i cronisti minacciati nel nostro Paese, in Europa e a livello internazionale, creando un porto sicuro dove rigenerarsi e intessere relazioni con i professionisti locali e con le scuole, per rendere il loro esempio un modello per le nuove generazioni.

Incontro che si è svolto su impulso del presidente della FNSI Giuseppe Giulietti, all’indomani della manifestazione nazionale “Il Trentino per i diritti umani” ospitata proprio a Trento dal 19 al 21 novembre 2020.

«Vogliamo essere la città che ospita ed accoglie giornalisti minacciati, per coniugare la difesa dei diritti umani con l’ospitalità», ha detto Ianeselli, nel corso dell’incontro, durante il quale si è parlato della volontà di trovare nuove strade per mettere al centro la libertà di informazione, senza dimenticare tuttavia il percorso avviato da altre realtà italiane. «Intendiamo offrire – ha infatti precisato il primo cittadino di Trento – la possibilità di un ristoro temporaneo nella nostra città da situazioni critiche o a rischio per giornalisti che hanno illuminato o portato a conoscenza fatti di interesse pubblico a livello nazionale e internazionale».

Il quarantaduenne neosindaco della Città che ha dato i natali a Chiara Lubich, ha voluto in questo modo sottolineare e ricordare la tradizione inclusiva di accoglienza, di laboratorio sociale che ha caratterizzato Trento ed il Trentino dal secondo dopoguerra.

Come più volte precisato, sia dal presidente Giulietti, sia dal segretario Cerone, la proposta dovrà essere aperta, plurale ed inclusiva e non volta a sostituirsi o essere in competizione ad iniziative già avviate con successo in altre realtà italiane. Al riguardo, non solo sono state menzionate le esperienze avviate a Napoli dal festival “Imbavagliati”, a Ronchi dei Legionari dall’associazione culturale Leali delle notizie, ed il monumento per la libertà di stampa di Conselice, ma si è anche deciso di rendere queste realtà parte integrante dell’evento che si terrà a Trento, in modo tale da creare una rete di iniziative virtuose, in vista di un vero e proprio gemellaggio tra manifestazioni unite da un ideale comune, con il coinvolgimento anche della Federazione Europea dei Giornalisti.

Con la nuova amministrazione comunale di Trento – ha sottolineato il presidente Giulietti – è stato riscontrato un terreno fertile per potere gettare le basi di una proficua collaborazione con il mondo del giornalismo più avvertito e di frontiera in collaborazione con le scuole, dove – nell’auspicio del sindaco Ianeselli – si possano portare delle testimonianze dei giornalisti significativamente proprio nei luoghi dove si forma la coscienza critica dei cittadini di domani.

Iniziativa virtuosa – è stato ricordato dai rappresentanti FNSI – che si innesta nel protocollo siglato con la Provincia Autonoma di Trento da Assostampa Trento, Sindacato Giornalisti del Trentino Alto Adige-FNSI, Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige per portare nelle scuole trentine di ogni ordine e grado la cultura dell’articolo 21, diffondere la sensibilità civica contro le fake news e per il contrasto della cultura dell’odio, della xenofobia e del razzismo.

(Articolo apparso su Articolo21 il 29 novembre 2020; foto di copertina: Museo diocesano tridentino, wikimedia)

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Libertà di stampa, Ianeselli: «Saremo la città che accoglie i cronisti minacciati»

«Vogliamo essere la città che ospita ed accoglie giornalisti minacciati, per coniugare la difesa dei diritti umani con l’ospitalità». Lo ha detto il sindaco di Trento, Franco Ianeselli, nel corso di un incontro con il presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana, Giuseppe Giulietti e il segretario e il vicesegretario del sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige, Rocco Cerone e Lorenzo Basso.

«Intendiamo offrire – ha continuato il sindaco – la possibilità di un ristoro temporaneo nella nostra città da situazioni critiche o a rischio per giornalisti che hanno illuminato o portato a conoscenza fatti di interesse pubblico a livello nazionale e internazionale».

L’incontro è stato promosso dal sindacato regionale dei giornalisti assieme alla Fnsi per rinnovare il patto di collaborazione scaturito dopo la celebrazione della prima manifestazione sulla libertà di stampa nella città di Trento il 2 maggio 2019. «Allo studio – informa una nota dell’Assostampa – l’organizzazione di una iniziativa da tenersi a inizio maggio 2021».

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Solidarieta SJG e Articolo21 al popolo bielorusso

Il Sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige (SGJ) ed il presidio di Aricolo21 della regione esprimono solidarietà e sdegno per l’arresto di 23 giornalisti appartenenti all’Associazione bielorussa dei giornalisti (Baj), bloccati ieri in piazza del cambiamento nella capitale Minsk insieme a 1.127 persone, tutte arrestate.

SJG ed Articolo21 del Trentino Alto Adige sono inoltre vicini all’Associazione dei bielorussi in Italia “Supolka” con sede a Trento, la cui rappresentante Katerina Ziuziuk ha lanciato l’allegato grido d’allarme, affinchè non venga dimenticata la tragedia della Bielorussia, dove è in corso una campagna di stato di abolizione della libertà di stampa con arresti indiscriminati e di tutte le altre libertà, tra l’indifferenza dell’Europa, a cento giorni dall’inizio delle proteste democratiche.

(Foto di copertina: CastleMound, Wikimedia)

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Giulietti a Bolzano: «Contro le fake news servono formazione e informazione»

Il presidente Fnsi lancia da Bolzano la proposta al governo di promuovere «una grande campagna nazionale sul tema dell’alfabetizzazione digitale che coinvolga Ordine dei giornalisti, Università e parti sociali». Prima del seminario, visita alla scuola media dedicata a Ilaria Alpi.

«Ci sono vere e proprie centrali organizzate di fake news il cui obiettivo è quello delegittimazione autorevolezza e competenza. Si mettono nel mirino le istituzioni pubbliche o chi fa servizio pubblico, come le Università, i giornalisti, i docenti e gli scienziati, per indebolire il principio di rappresentanza. In questo modo si mina l’universalità dei principi mediante l’annullamento dell’intermediazione, così che il capo possa relazionarsi direttamente con la folla». Lo ha detto il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, chiudendo a Bolzano il corso di formazione ‘La passione per la verità: come contrastare le fake news‘ organizzato da Libera Università di Bolzano, Ordine e Sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Sindacato giornalisti Veneto, Fnsi e Articolo21.

«Vorrei che partisse da qui una proposta per il governo italiano – ha aggiunto. – Se si parla di digitalizzazione, dobbiamo chiedere che si convochino le parti sociali per parlare anche di alfabetizzazione digitale, allo scopo di far partire una grande campagna nazionale di formazione e informazione che coinvolga Ordine dei giornalisti e Università italiane».

Per il segretario del Sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Rocco Cerone, «giornalisti e docenti universitari hanno il dovere comune di contrastare il fenomeno della diffusione scientifica delle fake news, che rappresentano non solo un attacco alla corretta informazione, ma allo stesso fondamento della nostra democrazia».

E Monica Andolfatto, segretaria del Sindacato giornalisti del Veneto, ha commentato: «Diamo oggi inizio ad un progetto veramente ambizioso, che si propone di contrastare le fabbriche delle false notizie, che cercano di colpire i corpi intermedi come giornalismo e istruzione, creando una nuova rete di competenze sulla base di valori condivisi».

All’incontro, moderato da Roberto Rinaldi (Articolo21), erano presenti anche il presidente dell’Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Mauro Keller, i professori dell’Università di Padova Laura Nota e Roberto Reale (autori del libro ‘La passione della verità’), i docenti dell’Università di Bolzano Federico Boffa e Francesco Ravazzolo; Patrick Rina, caporedattore della redazione di Bolzano di ORF Südtirol heute; Federica Megalizzi, vicepresidente Fondazione Antonio Megalizzi; Ekaterina Ziuziuk, portavoce dell’Associazione Bielorussi in Italia.

«Ciò che avviene nel nostro Paese riguarda da vicino tutta l’Europa e tutte le democrazie. Chiediamo ai giornalisti italiani di parlare di ciò che sta succedendo in Bielorussia, dove il regime di Lukashenko sta impedendo con la forza alla popolazione di avere un presidente eletto democraticamente, arrestando i professionisti dell’informazione indipendenti e i manifestanti», è l’appello lanciato Ziuziuk.

«Abbiamo il compito di illuminare quello che sta succedendo in Bielorussia e accendere un faro ovunque vi siano a rischio i valori della libertà», la risposta del presidente Giulietti.

Prima dell’inizio del seminario, una delegazione del sindacato ha incontrato la dirigente scolastica della scuola media in lingua italiana “Ilaria Alpi” Sabine Giunta. Nel corso dell’incontro, Giulietti ha ringraziato la dirigente per aver voluto ricordare l’impegno professionale della giornalista del Tg3, assassinata a Mogadiscio nel 1994 assieme al cineoperatore Miran Hrovatin. «Sbaglia chi pensa che una targa sia solo commemorazione, perché porta a delle conseguenze tangibili: ricordare significa seminare. In questa scuola si è iniziato un percorso di educazione civica nel rispetto della nostra Carta costituzionale», ha detto il presidente della Fnsi.

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Ronchi dei Legionari: “La libertà di stampa”, Bolzano: “La passione per la verità”

“La libertà di stampa. Dal XVI secolo a oggi” e “La passione per la verità”: due libri che verranno presentati in città diverse e distanti tra di loro ma con un obiettivo in comune: salvaguardarne la sua funzione democratica e indispensabile per garantire una libera e corretta informazione. A Ronchi dei Legionari (Gorizia) il 26 settembre alle 20.30 viene presentato “La libertà di stampa. Dal XVI secolo a oggi” (Il Mulino editore) di Pierluigi Alliotti (giornalista professionista e studioso di storia contemporanea, insegna Storia del giornalismo alla Sapienza Università di Roma), invitato dall’ Associazione culturale Leali delle Notizie che organizza la sesta edizione del Festival del Giornalismo (in programma dal 22 al 26 settembre), in dialogo con Rocco Cerone, segretario del Sindacato regionale dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Roberto Rinaldi responsabile del presidio di Articolo 21 per il Trentino Alto Adige e la moderazione di Carlo Muscatello presidente regionale Assostampa del Friuli Venezia Giulia.

Il 28 settembre a Bolzano sarà la volta di “La passione per la verità. Come contrastare le fake news e la manipolazione attraverso internet e social ed arrivare ad una corretta informazione e diffondere un sapere inclusivo”a cura di Laura Nota (Franco Angeli editore). Un corso deontologico promosso dalla Libera Università di Bolzano, Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Sindacato dei Giornalisti del Trentino Alto Adige e del Veneto, FNSI ed Articolo21. I relatori sono Laura Nota delegata dal Rettore dell’Università di Padova per l’inclusione e la disabilità, (docente ordinario al Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata) e Roberto Reale giornalista e scrittore, docente all’Università di Padova al Master in Comunicazione delle Scienze e al Corso di Laurea Magistrale in Strategie di Comunicazione.

La libertà di stampa: Dal XIV secolo a oggi” di Pierluigi Alliotti racconta la lunga storia della libertà di stampa: un diritto concepito nell’Inghilterra del Seicento come corollario alla libertà di coscienza, proclamato a fine Settecento in Francia dalla Dichiarazione dell’uomo e del cittadino e negli Stati Uniti dal Primo emendamento alla Costituzione. In Italia fu riconosciuto nel 1848 dallo Statuto albertino. Lo scoppio della Grande Guerra e l’avvento dei totalitarismi determinarono una battuta d’arresto nel cammino della libertà di stampa, poi solennemente sancita nel 1948 dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Ancora oggi, tuttavia, in molti paesi questo diritto fondamentale è negato e i giornalisti sono perseguitati. Nell’introduzione l’autore richiama subito l’importanza del tema citando in più riprese Mario Borsa un giornalista che pur di non rinunciare alla sua indipendenza intellettuale si rifiutò di mettersi al servizio del fascismo e per questo fu arrestato. Corrispondente da Londra del “Secolo” di Milano, firma del “Corriere della Sera” e in seguito corrispondente dall’Italia del quotidiano “The Times”. «La libertà di stampa, che è l’anima e l’animatrice di tutte le libertà, è un problema fondamentale. È bene tornarvi su, pienamente ed elementarmente tanto più che il grosso pubblico – e, purtroppo, non il grosso pubblico soltanto – ha in merito idee inesatte, vaghe e confuse… di un problema che, ridotto nei suoi termini essenziali, è di una trasparente chiarezza e di una grande semplicità».

Con un distinguo fondamentale: «Per esercitare questa sua funzione – la più alta delle sue funzioni – è necessario che la stampa sia libera da ogni compromissione, o peggio, da ogni legame con gli uomini di Governo, Indipendenza dunque: indipendenza assoluta: il che implica nella stampa un grande senso di responsabilità». Oggi questo problema è ancora più stringente e se la libertà della stampa è sempre in pericolo è vero anche che la sua responsabilità non viene sempre esercitata e dimostrata nei confronti dei lettori. Uno di questi, Antonio Perrone, ha scritto alla rubrica Lettere del nuovo quotidiano “Domani” toccando un aspetto fondamentale ma trascurato dai più: «Credo che la libertà di stampa sia troppo spesso data per scontata da noi lettori che su questo tema ci consideriamo soggetti passivi che possono al massimo essere spettatori del panorama mediatico del proprio paese – e riferendosi alla censura da parte di Orbàn in Ungheria – questa storia ci ricorda che non è così: la libertà di stampa non è solo in mano ai giornalisti, ma anche soprattutto, in quello che noi lettori che ogni giorno scegliamo chi ricompensare per averci dato informazioni che ci aiutano a capire il nostro mondo».

Il lettore lancia anche un monito che non può che essere condiviso e sostenuto: «… Trovo ridicola l’idea che informarsi debba essere gratuito, nella nostra economia bisogna avere il coraggio di sostenere i mezzi di informazione che ci permettono di svolgere la nostra cittadinanza attiva nel migliore dei modi». Un diritto – dovere alla base della democrazia secondo chi ha inviato la lettera al quotidiano da pochi giorni nelle edicole. Proseguendo nella lettura de “La libertà di stampa. Dal XVI secolo a oggi”, utile a comprendere quanto sia stata sempre osteggiata la libertà di stampa nei secoli e in tutti gli stati, si si sofferma su quanto scritto nel 2018 dal direttore del Time Edward Felsenthal: «Oggi la democrazia nel mondo affronta la sua più grande crisi da decenni. Le sue basi sono state minate da invettive dall’alto e da tossine dal basso, da nuove tecnologie che alimentano antichi impulsi, da un cocktail di uomini forti e istituzioni indebolite. Dalla Russia a Riad, da Silicon Valley, la manipolazione e l’abuso della verità sono state il filo conduttore di molti dei principali titoli di quest’anno (2018, ndr), una minaccia insidiosa e crescente alla libertà».

Colpisce l’affermazione «… da nuove tecnologie che alimentano antichi impulsi” e in parallelo lo spiega bene anche Rosario Rizzuto, Magnifico rettore dell’Università di Padova nella Premessa che introduce “La passione per la verità” curato da Laura Nota: «… le fake news, intese come manipolazione della realtà, e diffusione di dati e immagini fraudolenti e distorti; un fenomeno capace di agire e a più livelli, così come la ricerca sul tema sta mettendo chiaramente in evidenza. Il rettore le riconduce alla «conseguenza di un’apparente “democratizzazione del sapere”, che rifugge il controllo delle procedure di verifica della scienza sperimentale galileiana, ma sempre più spesso sono strumento manipolativo secondo un disegno strategico coordinato da ideologie di gruppi dominanti. E in questo caso con l’uso delle fake news si arriva ad impattare direttamente e pesantemente i meccanismi di formazione del consenso della società democratica». Da qui l’importanza della ricerca che ha permesso la nascita di una collaborazione preziosa e reciproca tra il mondo della ricerca e quello dell’informazione. Argomento che verrà dibattuto nel corso del dibattito a Bolzano il 28 settembre.

Alliotti nel suo libro indica anche la responsabilità che hanno portato alla perdita di molti posti di lavoro nei giornali e la supremazia di Google e Facebook nel sostituirsi ai giornali per diventare «potenti distributori di notizie e informazione nella storia dell’umanità, rilasciando accidentalmente nel processo un’ondata storica di disinformazione», senza dimenticare un’altra conseguenza deleteria per una corretta e libera informazione, quella delle querele per diffamazione definite anche “temerarie”: un problema da affrontare in sede anche legislativa per fermare una deriva pericolosa che spesso impedisce la divulgazione delle notizie. La censura della stampa è descritta con puntuale descrizione storica dall’autore che cita molti esempi. Nel 1500, ad esempio, i papi e i regnanti di molti paesi si distinsero per impedire alla stampa di fare il loro dovere. Il comunismo in Russia e il fascismo in Italia imponevano un’idea di libertà di stampa funzionale ad esaltare ogni loro azione. Non la pensava così Voltaire nel 1771: «Non può esservi libertà presso gli uomini senza la libertà di spiegare il proprio pensiero», così anche per Rousseau che attribuiva all’opinione pubblica il compito di criticare e giudicare. L’autore spiega anche che «i rivoluzionari francesi erano ostili alla censura preventiva, ma nello stesso tempo contrari a una libertà di stampa illimitata. Dall’America all’Inghilterra la censura si manifesta anche in Italia nel corso dei secoli e i capitoli del libro “Il trionfo”, “L’eclissi” e “la libertà totalitaria” analizzano nel merito quanto sia stata determinante la politica italiana nel reprimere la libertà di stampa. E non deve sorprendere il passaggio dedicato all’esperienza giornalistica di Mussolini dove si vantava di di essere uno strenuo difensore della libertà di stampa.

Nel 1909 come direttore responsabile del giornale “L’Avvenire del Lavoratore” a Trento aveva subito numerosi sequestri da parte delle autorità austriache e la sua reazione di protesta non tardò a farsi sentire, così come nel 1913 alla direzione de “L’Avanti!” per aver scritto contro il governo Giolitti fu sottoposto a processo per poi essere assolto. Una dittatura fascista in cui lo stesso Mussolini smentendo il suo passato di giornalista paladino della libertà di stampa si distinse per abolire il libero pensiero e censurare la stampa. «Nel 1926 fu disciolta la Federazione nazionale della stampa italiana (il sindacato dei giornalisti fondato nel 1908 – scrive Alliotti – e dopo il fallito attentato al duce il 31 ottobre dello stesso anno, la stampa antifascista, già vessata dai sequestri e ridotta ad una condizione d’inferiorità, fu definitivamente messa al bando». E le conseguenze non si fecero attendere: la morte di Giovanni Amendola e Piero Gobetti per le conseguenze delle aggressioni squadristiche e Antonio Gramsci in carcere dopo 11 anni di prigionia. Tutti e tre colpevoli di essere stati giornalisti. L’epurazione di centinaia di giornalisti sgraditi al regime per le loro idee. Un regime “totalitario” in cui il duce esaltò la “stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana (…) Il giornalismo italiano è libero perché, nell’ambito delle leggi del regime, può esercitare e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione”. Parole che dimostrano la totale avversione nei confronti di un pensiero critico e svincolato dal potere.

Quanto accade ancora in molti stati come accaduto in Algeria il 15 settembre scorso con la condanna a due anni di reclusione al giornalista Khaled Drareni per aver pubblicato articoli sull’”Hirak”, la rivolta popolare che ha costretto alle dimissioni il presidente Abdelaziz Bouteflika nel 2019. Lo ricorda un ampio reportage dal titolo “Professione Reporter: ma in Algeria costa la galera” di Rachida El Azzouzi pubblicato sul Fatto Quotidiano il 21 settembre: «La condanna di Khaled Drareni per “istigazione a manifestazione non armata” e “minaccia all’integrità del territorio nazionale”, suona dunque oggi come un monito per tutti i giornalisti, che in Algeria lavorano già in condizioni molto difficili: il paese è al 146mo posto su 180 nella classifica per la libertà di stampa nel mondo. Questo è il messaggio delle autorità algerine: o ti metti in riga, al servizio del potere, o finisci in prigione. Il messaggio è rivolto – scrive Khaled Drareni – anche quello della libertà di espressione e delle libertà individuali che vengono violate ogni giorno».

Restando in Algeria l’autore de “La libertà di stampa” ricorda un articolo dello scrittore francese Albert Camus scritto nel 1939 quando ad Algeri lavorava come caporedattore del quotidiano “Le Soir républicain” (pubblicato solo nel 2012) «dove spiegava come un giornalista potesse rimanere libero davanti ad un regime illiberale: Erano quattro a suo dire, le virtù da coltivare: “la lucidità, l’opposizione, l’ironia e l’ostinazione” e “la lucidità” presupponeva la “resistenza agli impulsi dell’odio e al culto della fatalità”, spiegava Camus, sostenendo che un giornalista libero, nel 1939, non disperava e lottava per ciò che credeva vero come se la sua azione potesse influire sul corso degli eventi. “Non pubblica niente che possa istigare all’odio o provocare la disperazione. (…) Non c’è coercizione al mondo che possa indurre una persona con un minimo di rettitudine ad accettare di essere disonesta”. Il pensiero di Camus assume un valore straordinario per la sua attualità specie nel segnalare come dovrebbe agire la stampa in generale: “niente che possa istigare all’odio o provocare la disperazione” è quanto sta accadendo nella nostra società dove i titoli di alcuni giornali fomentano ogni giorno reazioni di intolleranza, discriminazione e diffamazione, esaltate anche dai social che le amplificano. Camus aveva centrato in pieno l’oggetto della questione se già nel 1939 affermava l’importanza nell’accertare l’autenticità di una notizia «ed è a questo che un giornalista libero deve prestare tutta la sua attenzione». Un capitolo intero è dedicato anche al mezzo televisivo diventato negli anni uno strumento in possesso di logiche di spartizione politiche: “La libertà d’antenna” descrive l’evoluzione della televisione a partire dal monopolio della RAI fino all’avvento delle emittenti private con la conseguente liberalizzazione del mercato e la supremazia delle televisioni di Berlusconi con le evidenti ingerenze quando da presidente del Consiglio emise il cosiddetto “editto bulgaro” con l’allontanamento di Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi colpevoli a suo giudizio di “uso criminoso della RAI” nei suoi confronti.

Esemplare la risposta che Enzo Biagi indirizzò a Berlusconi: «Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata de Il Fatto (la rubrica curata dal giornalista in televisione, ndr). Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti». Ma la libertà di stampa non è solo a rischio per la censura adottata da chi vuole zittire la voce dei giornalisti e imbavagliarla: il rapporto stillato dal “Comittee to Protect Journalist” di New York che si dedica alla difesa della libertà di stampa, conta che dal 1992 al 2020 i «giornalisti uccisi nel mondo sono oltre 1.900, una cinquantina dei quali nel 2019». Numeri che dimostrano come sia “un mestiere pericoloso” fare il giornalista e a dirlo è l’organizzazione non governativa francese Reporters sans frontières che ricorda anche i 389 giornalisti incarcerati e 57 tenuti in ostaggio. Cifre che vengono riportate nell’ultimo capitolo “ I nemici di oggi” scritto da Alliotti in cui si può capire come queste cifre dimostrino quanto sia grave allo stato attuale la condizione del giornalismo mondiale. Specie in Cina, Turchia, Arabia Saudita (il brutale assassinio di Jamal Khasoggi ne è la prova), in Egitto (dove attualmente oltre ad aver incarcerato numerosi giornalisti è detenuto anche Patrick Zaki lo studente universitario che frequentava una facoltà a Bologna). Il CPJ esamina stato per stato quanti giornalisti sono attualmente in carcere e segnala che nella sola Turchia alla fine del 2019 erano ben 47. L’Italia nella classifica di Reporters sans frontières per quanto riguarda la libertà di stampa è collocata al 43mo posto su 180 nazioni e cita anche i 20 giornalisti sotto scorta per le minacce subite dalla mafia, camorra e gruppi estremisti.

La Federazione nazionale della stampa ha consegnato di recente al vice ministro degli Interni, Matteo Mauri, un dossier contenente tutte le minacce ricevute dai giornalisti nell’ultimo anno per mano del presidente Beppe Giulietti. Si legge ancora nel libro di Pierluigi Alliotti: «Secondo i dati raccolti da Ossigeno per l’informazione, osservatorio patrocinato dalla FNSI e dall’Ordine nazionale dei giornalisti, nel corso del 2019 sono state documentate e rese note 433 intimidazioni o minacce nei confronti di altrettanti giornalisti o blogger italiani, la gran parte delle quali sotto forma di atti violenti (avvertimenti, aggressioni, atteggiamenti) e abuso di denunce e azioni legale. Le cosiddette “querele temerarie” che il Parlamento ha tentato di risolvere senza ottenere finora risultati». Un testo fondamentale per chi crede in una informazione libera svincolata da forme di controllo preventivo e riduttivo che minacci l’Articolo 21 della Costituzione, baluardo della democrazia e ogni giorno minacciato da chi pretenderebbe di non informare correttamente l’opinione pubblica. Pericolo rappresentato sempre più dalle fake news che imperversano non solo sui social, quanto anche sui media: niente è più grave che siano i giornali o gli altri strumenti di comunicazione a diffonderle.

Con l’aggravante spesso, come spiega Raffaele Lorusso, segretario generale della FNSI, nella sua Premessa a “La passione per la verità” quando «il cronista che racconta la verità e illumina periferie oscurate viene sempre più spesso additato come uno spacciatore di fake news, se non come un nemico del popolo. Questo è il grande inganno del presente. C’è un’idea pericolosa che si è diffusa a tutte le latitudini. Quella secondo cui, grazie all’iperconnettività, si possa fare a meno delle competenze (…) perché uno vale uno». È quanto accade all’interno di gruppi che nascono in rete e diffondono in modo del tutto «autoreferenziale false credenze, pregiudizi, paure e odio per tutto ciò che è diverso – prosegue Lorusso – , per questo è necessario che giornalisti e cittadini abbiano a disposizione gli strumenti per imparare e riconoscere le fake news e scoprirne i meccanismi di produzione e diffusione». Il saggio curato da Laura Nota diventa così uno strumento indispensabile per fare chiarezza su come il devastante problema dell’informazione intossicata e mistificata crea un circolo vizioso da cui è difficile sottrarsi. Il libro nasce dalla raccolta delle relazioni che sono state presentate al Convegno “L’informazione oltre gli stereotipi e le fake news per la costruzione di contesti inclusivi” che si è tenuto all’Università di Padova nel 2019 e curato dalla professoressa Nota. Nella prefazione Vincenzo Milanese (docente di Filosofia Morale a Padova) sottolinea il problema del “disordine informativo” e il conseguente caos comunicativo che oggi è alimentato da un’enorme quantità di messaggi” e fa un distinguo tra “informazione” e “comunicazione” dove la prima «ha come obiettivo la conoscenza» e la seconda mira alla «persuasione».

E non manca la segnalazione dell’aggravante rappresentata dalla “disintermediazione” (l’abolizione dei corpi intermedi rappresentati dai media per comunicare direttamente tra soggetti rappresentati dal cliente e il produttore senza mediazione, ndr). Laura Nota firma il capitolo “Dai rapporti manipolativi ai rapporti inclusivi, equi, sostenibili” e tocca il problema delle fake news: «in particolare quelle che sono state intenzionalmente diffuse, rappresentano la punta di un iceberg, una delle diverse forme con le quali si cerca di agire per il proprio tornaconto nel disprezzo di relazioni umane improntate a umanità, equità, giustizia, con l’intento di creare ulteriore vulnerabilità e problemi, favorire discriminazioni, diseguaglianze, arrivando persino a minare la convivenza pacifica e la stessa democrazia». Un giudizio netto e severo quanto veritiero dove le fake news instillano pregiudizi e forme di violenza se pur verbale (nei social è la consuetudine). «Si è assistito a una riduzione progressiva dello spazio dedicato al giornalismo attento, critico, riflessivo e all’aumento dello spazio dedicato a tematiche marginali, superficiali, se non proprio appartenenti a un’agenda scandalistica (McCurdy, 2012)» – citazione che Laura Nota richiama all’attenzione dei lettori e richiama anche i giornalisti al loro ruolo: «Anche i professionisti nell’ambito dell’informazione e della comunicazione dovrebbero imparare ad agire come “sentinelle” dell’inclusione pronte e cooperare sia per individuare forme comunicative discriminanti e manipolative (la manipolazione dell’opinione pubblica altra emergenza da affrontare, ndr), sia per dare vita e buone pratiche informative, comunicative, incentrate su una visione inclusiva e sostenibile della realtà».

La docente universitaria si sofferma anche sul ruolo educativo e formativo auspicabile per chi si occupa di informazione «per far comprendere con alfabetizzazioni economiche, tecnologiche, psicologiche, le minacce del XXI secolo, ma soprattutto di riflettere sulle motivazioni e sulle ragioni umane che ne stanno alla base». Ecco il punto focale che merita sempre più attenzione per contrastare le fake news. Impedire la manipolazione e l’inganno e implementare una cultura capace di riconoscere l’attendibilità di quanto viene comunicato. Paolo Pagliaro nel suo contributo scrive che è necessario «liberarsi dalla dittatura dei social. Liberare i media dalla subalternità al mondo dei social. È cresciuta una generazione di giornalisti indotta a pensare che i social siano lo specchio degli umori correnti. Una fonte di informazione attendibile. È un equivoco alimentato dalla pigrizia, dallo spirito del tempo, forse anche dalla superficialità e dalla fretta». Non va dimenticato l’insorgenza di una forma di narcisismo digitale che si propaga sempre più nel cercare visibilità. Paolo Pagliaro in “Cinque o sei cose che potremmo fare”, segnala quanto sia pericolosa «l’abolizione di ogni filtro professionale, la rinuncia delle verifiche, il rifiuto della famigerata mediazione» responsabile di aver fatto spazio alla «manipolazione, non alla democrazia dell’informazione ma alla dittatura della comunicazione».

Lo rileva anche uno studio del Media Lab di Boston pubblicato su Science, come ricorda Enrico Ferri (giornalista e già vicesegretario della FNSI) in “L’odio riscalda il cuore” (citando Umberto Eco in un suo scritto dedicato, appunto, al tema dell’odio, ndr) dove è stato riscontrato che una falsa notizia abbia il 70/% di possibilità (fonte Twitter) di essere “ritwittata” al posto di una notizia vera. «E più la si smentisce, anche attraverso la pur meritoria attività di “debuking”, più si autoalimenta in rete. Un disorientamento, quello creato dall’irrilevanza della verità che cresce – scrive Ferri – se a lanciare parole d’odio, razziste e omofobe, sono i leader politici o le istituzioni. Che l’immigrazione sia il “regno delle fake news” e della disinformazione è una constatazione pacifica tra gli studiosi dei numerosi enti, a livello globale, che studiano il fenomeno che ha raggiunto l’apice con la scandalo Cambridge Analytica». L’Italia ha un triste primato a riguardo: «considerato uno dei Paesi più disinformati sul tema delle persone con storie di migrazione, come rileva Paolo Pagliaro nel suo “Punto. Fermiamo il declino dell’informazione”. Lo sostiene anche la relazione finale della Commissione parlamentare sulla xenofobia e il razzismo Jo Cox. L’Italia viene classificata come il Paese con il più alto tasso di ignoranza al mondo, sul tema dell’immigrazione».

La stampa italiana in particolare quella vicina alle posizioni della di destra ha una responsabilità non indifferente nel fomentare sentimenti di odio verso chi si ritiene un’invasore o un diverso. Non esiste in Italia una normativa che punisca l’odio per “l’hate speech” diffuso in rete. Enrico Ferri per arginare questa deriva propone di «iniziare dai giovani con l’educazione ai diritti umani, alla libertà di espressione, e al mondo digitale per promuovere iniziative concrete, buone pratiche, percorsi inclusivi, è probabilmente la strada più lunga, ma anche quella che potrà dare risultati stabili nel tempo, strategie di lungo periodo, oltre le logiche emergenziali». Ferri segnala anche l’importanza della Carta di Roma che «raccomanda di segnalare l’origine etnica o religiosa, la nazionalità, solo quando essenziale alla comprensione della notizia, lo spazio assegnato a una notizia deve essere il medesimo, si tratti di italiani oppure non italiani, evitare nei titoli e nelle locandine, il sensazionalismo che possa provocare allarme sociale».

Una raccomandazione disattesa per le troppe violazioni ai principi della Carta e uno degli esempi più eclatanti di questa grave disinformazione è quello accaduto con l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega dove i giornali hanno diffuso la falsa notizia che attribuiva l’omicidio a dei magrebini senza aver verificato la veridicità della notizia. “Il sonno della ragione genera mostri” è il titolo di un articolo pubblicato sul sito www.articolo21.org in cui si esamina la diffusione via social della notizia falsa ripresa poi dai giornali. «La nazionalità diventa un fatto politico – prosegue Ferri – la “bufala” è rilanciata da quasi tutti i quotidiani e le tv per ore. Il linguista Federico Fallopa segnala come “la Carta di Roma viene spesso disattesa dalle stesse testate che l’hanno sottoscritta”, e l’ex presidente dell’Associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu aggiunge: «La Carta non dà consigli ma prescrizioni vincolanti per tutti i giornalisti iscritti all’Ordine, spesso non sono seguiti atti concreti o sanzioni, da parte dell’Ordine nazionale dei giornalisti». Un maggiore rigore per far rispettare un principio cardine della Carta sarebbe auspicabile per non alimentare il clima d’odio che avvelena la convivenza civile e il rispetto per il prossimo.

Il libro che sarà presentato a Bolzano il prossimo 28 settembre con la partecipazione di Giuseppe Giulietti presidente della Federazione nazionale della stampa, Federico Boffa e Francesco Ravazzolo, professori della Libera Università di Bolzano, contiene delle riflessioni mirate a dare un contributo essenziale per chi legge nell’evitare il rischio di non «perdersi nella società della Post Verità, del tutti contro tutti, di una persona sola al comando e di immaginare futuri diversi, incentrati su equità, giustizia sociale, diritti umani, sostenibilità e inclusione», che solo una stampa basata sulla veridicità delle fonti, attenta a non cadere negli stereotipi di una informazione appiattita sul sensazionalismo, potrà avere credibilità nei lettori. Le buone pratiche devono essere perseguite da una stampa che sappia usare le parole con il loro senso appropriato e non come delle “pietre” definizione ripetuta da Giuseppe Giulietti nel suo paragrafo “Le parole non sono pietre”, citando l’articolo 3 della Costituzione: «che meglio simboleggia lo “spirito dei tempi”, della stagione della ricostruzione post – bellica. Al contempo, è anche il più distante, invece, dall’attuale “spirito dei tempi”, segnato fortemente dai venti di un sovranismo che esalta i miasmi del razzismo, dell’esclusione sociale, della negazione delle differenze e delle diversità». Non è un caso che Giulietti citi Orbán il Presidente ungherese responsabile di aver attaccato brutalmente le Convenzioni internazionali sui diritti, limitando la libertà di stampa nel suo Paese. L’analisi di tutte le Carte (da quella di Fiesole, Assisi, Roma, Venezia, Trieste, a quella di Padova, è una precisa e puntuale disamina di come i doveri dei giornalisti, i codici deontologici non vengono rispettati: «Quello che balza immediatamente agli occhi è la contraddizione tra il rigore delle norme e la loro sistematica e quotidiana violazione – scrive il presidente della FNSI – , basterà leggere le relazioni predisposte dalla Carta di Roma in materia di razzismo e discriminazione, per comprendere come, nella pratica quotidiana, tali norme siano aggirate o palesemente disprezzate; basti pensare agli editoriali di Vittorio Feltri, o al linguaggio usato da testate come “La Verità, ma cadute di stile e disprezzo della Carta dei doveri si registrano anche in altre testate e nelle stesse emittenti nazionali pubbliche e private, per non parlare dei blog e dei siti, che, spesso, sfuggono a qualsiasi controllo e sono diventati luoghi dove la Costituzione e i codici, civile e penale, sembrano non avere più diritto di cittadinanza».

Duole dover sottolineare questa affermazione così drammaticamente vera per una categoria che appare smarrita nel mantenere una credibilità indispensabile per poter svolgere il proprio ruolo. Se lo chiedono tutti gli autori contenuti nel volume e la domanda: “Avrà la democrazia gli anticorpi per resistere a ogni disarticolazione autoritaria”, non è retorica, ma svela l’urgenza di rimediare ad una problematica che fa dell’Italia un paese poco credibile e indifendibile da questo punto di vista. Per chi scrive e si è occupato anche di Sars-Cov-2 o Coronavirus in questi mesi di pandemia, si è trovato a confrontarsi con una narrazione giornalistica a volte fuorviante e poco attendibile, sbilanciata sul cercare di fornire risposte pseudoscientifiche al limite del paradossale. Tutto e il contrario di tutto con l’aggravante (in alcuni casi) di aver dato eccessiva importanza a pareri medici che si smentivano quotidianamente tra di loro come se fosse una gara ad arrivare per primi a identificare un virus dalle caratteristiche sconosciute alla scienza.

Non è semplice compendiare due testi così impegnativi quanto utili per chi desidera approfondire le tematiche sopraesposte e si rimanda alla lettura completa de La libertà di stampa e La passione per la verità: non c’è libertà se viene a mancare la verità e l’informazione se ne deve assumere la responsabilità per evitarne la scomparsa.