Ekaterina Ziuziuk presidente del presidio Articolo21 Trentino Alto Adige

Ekaterina Ziuziuk presidente del presidio Articolo21 Trentino Alto Adige

Il direttivo del presidio regionale di Articolo 21 del Trentino Alto Adige ha nominato all’unanimità Ekaterina Ziuziuk alla carica di presidente. Ziuziuk, già portavoce dell’Associazione bielorussi in Italia “Supolka”, segue da tempo la repressione del dissenso politico in corso in Bielorussia, a seguito delle presidenziali del 2020. “Si tratta di scelta che per Articolo 21 è motivo di prestigio, e rafforza il mandato di difendere la libertà d’opinione e di stampa in tutto il mondo”, dichiara il portavoce del presidio del Trentino Alto Adige Roberto Rinaldi.

Di seguito, riportiamo un testo della neoeletta presidente

A fine giugno dell’anno scorso ho creato una cartella sul mio computer intitolata “Elezioni 2020”. Archiviavo i comunicati stampa che a partire da fine giugno 2020 ho iniziato a inviare alle redazioni dei media italiani per informarli sulla situazione che si stava creando in Bielorussia. Pensavo che, dopo le elezioni del 9 agosto, quella cartella sarebbe diventata inutile, che sarebbe finito tutto. Speravo che il bene avrebbe vinto e il male sarebbe stato sconfitto, ma dentro di me avevo una raggelante certezza che il Paese stava andando incontro ad una tragedia. E così è stato: il 9 agosto 2020 il movimento della resistenza bielorussa ha preso un altro slancio, molto più forte di tutto quello che avevamo visto negli ultimi 26 anni. Il male ha vinto – con l’80% dei consensi, secondo i risultati ufficiali annunciati dal comitato centrale per le elezioni.

Quello che è successo dopo è estremamente doloroso. La polizia ha usato violenza senza precedenti contro i cittadini pacifici e disarmati scesi in strada perché era l’unico modo per capire in quanti erano quelli che hanno effettivamente votato per un candidato alternativo. Si è visto che erano tantissimi. Non solo nella capitale, ma in molte altre città bielorusse, grandi e piccole.

Le forze dell’ordine hanno usato i manganelli e il gas lacrimogeno, le granate stordenti e le pallottole di gomma in una maniera massiccia ed indiscriminata. Abbiamo scoperto che sparate a distanza ravvicinata, le pallottole di gomma fanno lo stesso effetto di quelle normali. Successivamente, il regime ha agito sempre con la stessa metodica crudeltà per reprimere ogni forma del dissenso.

Ad oggi il bilancio di questo confronto è il seguente: 4 morti (chissà di quanti altri non sappiamo), 1.000 casi di tortura documentati (e chissà quanti altri di cui non si è parlato), 33mila persone arrestate, processate e condannate per la partecipazione alle manifestazioni non autorizzate.

Poco fa la notizia sul campo di concentramento in via di allestimento ha scosso il popolo bielorusso, ma in fondo non l’ha stupito.

Tutte queste cose sembrano surreali, perché stanno accadendo nel centro geografico dell’Europa, a sole due ore e mezzo di volo dall’Italia. Stanno accadendo oggi.

Purtroppo, siamo costretti a costatare che il tema della Bielorussia è uscito di scena. In questo momento tutti gli occhi sono puntati sulla Russia, ma non significa affatto che la situazione in Bielorussia sia rientrata. Al contrario: il numero dei prigionieri politici è in aumento – a oggi sono 220 – e la repressione si fa sempre più dura. Solo nella giornata di ieri, a Minsk, sono state arrestate più di 160 persone, anche se non c’erano manifestazioni di massa.

In Bielorussia è facile finire nel mirino delle forze dell’ordine. Basta poco: trovarsi per strada, esporre la bandiera bianco-rossa alla finestra della propria abitazione, indossare i pantaloni bianchi e la giacca rossa, postare una foto con la bandiera sui social o lasciare un commento di dissenso. Questi piccoli gesti, banali per un cittadino di un Paese libero e democratico, in Bielorussia sono sufficienti per essere processati e condannati alle pene reali: multe salate, ma anche reclusione.

In parallelo alle misure punitive contro i cittadini, il regime dittatoriale sta reprimendo in ogni modo la libertà della parola. Nel periodo dal 9 agosto 2020 ad oggi i giornalisti sono stati fermati quasi 500 volte, nove sono in carcere, contro 19 sono stati aperti i procedimenti penali. La storica testata indipendente Tut.by è stata privata della licenza. Tutto questo solo perché i giornalisti stavano facendo il loro lavoro: raccontavano i fatti che ho citato.

Il destino del Paese rimane sempre e comunque nelle mani del popolo. Ma anche da fuori possiamo contribuire con la nostra solidarietà e con le azioni concrete: la diffusione di informazione e partecipazione alle iniziative di aiuti umanitari destinati alle vittime delle repressioni. Soprattutto è importante continuare a parlare di quello che sta accadendo, perché è più difficile commettere i reati alla luce del sole.

La proposta di ricoprire l’incarico del presidente della sezione Trentino Alto Adige è arrivata a sorpresa, ma allo stesso tempo nel momento giusto. Sono onorata e felice di accettarla. Ringrazio Articolo 21 per la fiducia e per questa ottima opportunità di fare da cassa di risonanza al mio popolo e dare la voce a chi non ce l’ha.